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Renzi è caduto, ma non si è fatto troppo male. Aspetterà che passi la bufera ritemprandosi al tepore del camino di casa, lasciando al freddo il povero Gentiloni con la stessa squadra di governo. Qualche mese ad osservare il vuoto di potere per coltivare la convinzione di tanti italiani che non esistano alternative a Renzi stesso. È uscito un pezzo interessante sull’Unità a riguardo, in cui Nocentini tenta il parallelismo “strategico” tra prima repubblica e situazione attuale, in base ai rapporti di forza elettorali. In sintesi il Pd sarebbe la Dc, Forza Italia il Psi, il Movimento 5 Stelle il Pci; Renzi dunque “l’unico governo possibile”, il 5 Stelle la perpetua opposizione “pura” ed esclusa (in parte per scelta propria), Berlusconi la stampellina necessaria. La Lega pare non esistere proprio, come il vecchio Msi, anche se questo l’articolo non lo dice. Un’analisi di questo tipo dà per scontato il proporzionale che, curiosamente, veniva proposto dal Movimento e respinto da un Renzi a vocazione maggioritaria. Post referendum i ruoli paiono essersi invertiti. Ansiosi di raccogliere i frutti del successo referendario, sia Salvini che i 5 Stelle hanno invocato le elezioni, che subito però non possono esserci neanche se Mattarella fosse favorevole all’idea, data l’antitesi tra le leggi elettorali vigenti per Camera e Senato. Ma possono essere davvero loro le alternative a Renzi e al suo progetto di nuova Democrazia Cristiana? Oggi ci dedicheremo ai 5 Stelle, che si sono lanciati in un tour de force televisivo sguinzagliando i pezzi da novanta. Di Maio è andata dall’Annunziata, Di Battista da Minoli. Palcoscenici scomodi per entrambi, dato il bias evidente degli intervistatori nei loro confronti. Minoli ha tenuto un ritmo serrato, quasi epilettico, impedendo a Di Battista di esprimere un pensiero organico, compiuto. Anche lui, per la verità, ci ha messo del proprio, cercando di glissare su tutti gli argomenti scomodi, cioè la maggior parte. Lo stesso dicasi per Di Maio. Circola in questi giorni sul web la stoccata messa a segno da Lucia Annunziata: “non credo di poter reggere a mezz’ora di frasi fatte”.

Alessandro Di Battista nel faccia a faccia con Giovanni Minoli  

Partiamo dunque dalla comunicazione dei pentastellati, analizzando in particolare quella dei loro cavalli di razza. Entrambi i “Di! sono ragazzi simpatici, di bella presenza, sufficientemente preparati. Entrambi abusano della retorica anti-kasta del Movimento. Abbiamo già parlato della distinzione tra mezzi che il populismo, inteso come etichetta de-storicizzata, utilizza per tentare l’assalto al potere e la sostanza del populismo storico, quello contingente, contemporaneo. I portavoce del Movimento paiono essersi fermati, in molti casi, al populismo-strumento e, ben più grave, sembrano non aver colto come il mantra dell’onestà vada perdendo capacità di presa. La demonizzazione dell’avversario politico è una pratica piacevole, spesso utile e in buona parte dei casi naturale. Tuttavia perde efficacia nel corso del tempo, specie se l’avversario, nel mentre, si evolve. Renzi, pur rappresentando lo status quo, è riuscito ad apparire, perlomeno agli occhi di chi consciamente o inconsciamente sostiene questo status quo, come qualcosa di nuovo. Che poi qualcosa di nuovo in realtà non sia, in quanto continuità camuffata e rinnovata solo nella forma, non ha importanza se il dibattito rimane sul piano dell’anti-kasta. In altre parole, non puoi rottamare un rottamatore se non sposti il discorso sul piano delle idee, per non dire dell’ideologia, visto che ormai una nuova ideologia antitetica a quella liberal-globalista si è effettivamente formata (anche se non ancora formalizzata). Di Maio e Di Battista siedono in parlamento da quasi quattro anni. Non sono più nuovi di Renzi né lo appaiono, invischiati come sono ormai nella stantia retorica dello scambio di accuse perpetuo. “Renzi ha detto”, “Renzi ha fatto”, “la Lega non ha fatto” e così via, esattamente come gli altri partiti si sono rimpallati colpe e responsabilità per anni. Quando il discorso diventa di questo tipo sei diventato agli occhi dell’elettore medio esattamente come gli altri e il tuo elettore, per converso, è diventato un tuo tifoso. Una conferma di questo fenomeno la si trova ogni giorno spulciando i social media tra meme, fake news e satira in entrambe le direzioni. “E Renzie ke ffa?” dicono i piddini sfottendo i grillini, che non si accorgono di essere stati colonizzati anch’essi dalla muffa del Parlamento.

“Noi non vogliamo decidere se uscire dall’euro. Noi vogliamo – afferma di Maio in una intervista a Il Fatto Quotidiano – che decidano i cittadini. Anche quando M5S andrà al governo, non ci andremo per impossessarci delle istituzioni ma per dare le chiavi delle istituzioni ai cittadini attraverso gli strumenti della partecipazione”

“Noi non vogliamo decidere se uscire dall’euro. Noi vogliamo – afferma di Maio in una intervista a Il Fatto Quotidiano – che decidano i cittadini. Anche quando M5S andrà al governo, non ci andremo per impossessarci delle istituzioni ma per dare le chiavi delle istituzioni ai cittadini attraverso gli strumenti della partecipazione”.

È brutale dirlo, ma è la verità: la politica è soprattutto comunicazione. Accettato questo, basta ascoltare Di Maio per accorgersi di come sia diventato un campione del politichese. Pressato da una giornalista avversa su questioni fondamentali, ideologiche, il portavoce si esibisce in sorrisi sornioni o beffardi alternati ad un moderatismo, quello sì, da prima repubblica. “Euro sì o euro no?” chiede l’Annunziata. “Faremo decidere i cittadini” risponde lui, rifiutandosi con artifici retorici più o meno riusciti di dare un’indicazione di voto. E così via per molti altri temi spinosi. Questo non vuol dire che il Movimento 5 Stelle non abbia una linea politica, ma cerca in ogni modo di nasconderla, presentandosi come un partito di “cambiamento per il cambiamento”, la stessa accusa mossa a Renzi dai 5 Stelle in occasione del referendum. Ma è un cambiamento apparente all’interno dello status quo, come per il fu premier, o è un cambiamento reale, che porta ad un nuovo status quo? Non è dato sapere e pertanto diventa difficile all’osservatore critico capire se questo cambiamento sia auspicabile o meno. Lo si può intuire, si può sperare che il Movimento penda da una parte piuttosto che dall’altra, ma non viene mai esplicitato chiaramente, perlomeno dagli esponenti di spicco. Anzi, si ha la sensazione che qualunque uscita forte venga evitata per precise ragioni tattiche. È un atteggiamento che paga? Nell’opinione di chi scrive, no. Ha pagato, certamente, in passato, quando c’era da dare una spallata ad un sistema politico travolto dalla crisi. Oggi che il dibattito sta assumendo giocoforza una conformazione differente l’indeterminatezza è probabilmente nociva, perché gli italiani vogliono risposte. Hanno visto che un altro mondo è possibile, che con Brexit e Trump gli elettori anglo-sassoni sono usciti dal recinto tracciato dal pensiero unico della globalizzazione e stanno cominciando a porsi le stesse domande. Il nascondersi dietro al “hanno scelto i cittadini”, che tradotto vuol dire “sì, siamo contenti, ma non vogliamo dirlo perché non vogliamo venire etichettati come populisti reazionari e xenofobi dalla stampa di regime”, rischia più di allontanare voti che di avvicinarne, a questo punto della battaglia. Insomma, è giunto il tempo di una scelta di campo chiara, altrimenti si rischia di diventare la fotocopia presuntamente onesta del Pd.

Quando c’era il primo Grillo politico, quello più intellettuale e movimentista

Resta un’ultima considerazione che si ricollega al pezzo uscito sull’Unità. Proprio il “purismo” del Movimento, ostentato a ogni piè sospinto, rischia di relegarlo al ruolo che fu del Pci, quello della perenne opposizione alla quale regalare le noccioline. Il rifiuto di ogni apparentamento paga sul piano elettorale ma solo fino ad un certo punto: paga se si vuole fare solo opposizione. Per governare, salvo regali della Consulta e del Governo Gentiloni (un’estensione dell’Italicum con ballottaggio anche al Senato), sarà necessario scendere a patti con qualcuno, indiziati più probabili Sinistra Italiana e Lega. Questa reticenza ad esprimere vicinanza ad altre forze politiche, anche quando i punti di contatto programmatici appaiono evidenti, si manifesta anche in politica estera. Prima o poi, specie in caso di vittoria, serviranno dichiarazioni forti, alle quali dovranno seguire azioni ancor più decise. Evidenziati i limiti che, nell’opinione di chi scrive, affliggono la comunicazione della principale alternativa a Renzi, vediamo di passare adesso alla sostanza. Per governare serve una buona tattica per raggiungere il potere e una buona dose di fortuna. Per governare bene serve un pensiero sistematico, cioè una visione del mondo organica e coerente, figlia di un’attenta analisi dei processi in atto, unita ad una saggia dose di pragmatismo. Quest’ultimo lo danno gli uomini coinvolti, e della loro tempra non è dato sapere finchè non verranno messi alla prova; il pensiero, invece, dovrebbe precedere la discesa in campo. Vediamo dunque i cavalli di battaglia mediatici del Movimento: 1) Reddito di cittadinanza. Un aggiornamento della cassa integrazione ai tempi del lavoro flessibile, di buona presa e difficile copertura all’interno del sistema euro. 2) Green economy. L’ambientalismo è costitutivo, da quando Grillo beveva acqua dallo scarico di una macchina ad idrogeno. Dunque disincentivi per i combustibili fossili, avversione per le grandi opere tipo il Tap, incentivi per le rinnovabili. Buono, di presa, meriterebbe uno studio di fattibilità e un’attenta valutazione strategica, vedi alla voce pragmatismo. 3) Difesa del pubblico, dall’acqua alle aziende strategiche. Ottimo. 4) Misure a sostegno delle Pmi, dagli sgravi fiscali fino alla creazione di una banca pubblica per il loro finanziamento. Ottimo pure questo, difficile all’interno del sistema euro e in generale in un contesto di globalizzazione. 5) Partecipazione dei cittadini all’attività politica, medium preferito la Rete. Slogan: uno vale uno. 6) Lotta all’attuale classe politica, individuata come la principale artefice del disastro chiamato Italia. L’analisi è miope. I politici hanno la loro responsabilità, ma è il primato dell’economia sul politico la chiave di volta di una spiegazione omnicomprensiva. Il 1992 è una data cardine sotto molti punti di vista, compreso il fatto simbolico che il responsabile della campagna elettorale di Bill Clinton appese nel suo ufficio un cartello con scritto “It’s the economy, stupid!”. 7) Lotta alla corruzione. Un mito da sfatare. Di Battista in un’intervista di questi giorni concessa a Die Welt e ripresa da Repubblica la considera uno degli strumenti principe per reperire coperture per le altre iniziative. È chiaramente utopico, non sarà la lotta alla corruzione a rilanciare l’economia italiana. Giusto per essere capziosi, la lotta alla corruzione non è neanche un tema politico, ma giudiziario. 8) Taglio dei costi della politica. Un’inezia nel bilancio dello Stato, argomento demagogico e cripto-liberista. Questo non vuol dire che il fondo per il finanziamento alle Pmi creato dai parlamentari pentastellati con la decurtazione del proprio stipendio non sia una buona cosa, ma parliamo di briciole microscopiche, che non rilanceranno la nostra economia. Per tanti è una questione di principio, di esempio. Può essere, ma è anche un modo per svilire ulteriormente la dimensione del politico, già sovrastata da quella dell’economico.

Questa retorica dell’onestà-tà-tà è insopporabile 

Questi i punti sostenuti con maggior veemenza. Ci sarebbe da aggiungere la lotta all’evasione fiscale, buona per tutte le stagioni e per tutti i partiti. Ci sono poi le posizioni prese da Grillo o dai portavoce principali sulle questioni che sono state poste loro dai giornalisti o, con un pizzico di prosaicità, dalla Storia: euro, Unione Europea, immigrazione. Come già accennato prima, per ragioni probabilmente tattiche, su questi tre temi, che sono poi quelli decisivi, il Movimento ha tenuto un basso profilo. Prima euro no, poi ero nì, forse euro due, alla fine referendum, esito del quale non è dato sapere ma è facile immaginare: si resterebbe dentro. Senza contare le problematiche pratiche connesse (spread, agitazione dei mercati, reazioni inconsulte della BCE, etc). Sull’Unione Europea un giudizio più netto, invece, e decisamente mainstream: si resta dentro, perché Europa ed euro sono due cose diverse. Falso. Posizione sfumata anche sull’immigrazione: si insiste sulla necessità di rivedere gli accordi di Dublino, per poter “trasferire” migranti dai Paese d’arrivo in quelli dove vorrebbero effettivamente andare, cioè in Germania. Poi si dice sommessamente, Di Battista con più vigore, per la verità, che chi non ha diritto andrebbe rimpatriato. Si calca molto più la mano sugli scandali del sistema di accoglienza, anche lì una questione che oltre che la politica dovrebbe riguardare la magistratura. Come si incastrano assieme questa decina di punti? Sono evidenti almeno due contraddizioni. La prima: quella tra difesa dello Stato e morte dello Stato. La seconda: l’impossibilità di attuare determinate politiche economiche all’interno del contesto tracciato dall’Unione Europea e dalla globalizzazione, sostenuta dall’Europa. In sostanza, il Movimento sembra cogliere con precisione quello che succede a livello “micro”, i problemi del particolare. Sembra notare invece con molta più difficoltà le cause “macro” di queste criticità, primo sintomo dell’assenza di un pensiero sistematico.

Che aspettano a nominare Alberto Bagnai come consulente all’economia?

Vediamo di essere più chiari. Dell’utilità dell’antipolitica per emergere abbiamo già detto, della sua pericolosità no, ed è tempo di parlarne. Sproloquiare ogni giorno di corruzione fa male alla causa del pubblico, sono trent’anni che lo stiamo vivendo sulla nostra pelle. La demolizione del sistema delle partecipazioni statali è cominciata proprio quando si è iniziato a martellare incessantemente sulla corruzione. Le cause reali chiaramente furono altre, ma il grimaldello fu quello. In realtà, si è visto che la corruzione non è legata all’estensione dell’intervento pubblico in economia, ma questo è un altro discorso. Parlare di taglio dei costi della politica è ugualmente pericoloso, essendo questi una componente minuscola del bilancio dello Stato. Devia l’attenzione dai veri problemi economici e contribuisce a demolire la fiducia residua nelle istituzioni e nel concetto stesso di Stato. Idem per gli attacchi alla pressione fiscale, argomento decisamente mainstream, ma prima o poi dovrà pur passare il concetto che le tasse sono il mezzo attraverso il quale redistribuire il reddito e ridurre le disuguaglianze, non lo strumento per incrementare la competitività. Qui entra in gioco l’Europa: come conciliare lo Stato sociale con il disegno economico tracciato dai trattati europei e dalla globalizzazione? È impossibile, perché appunto le tasse diventano uno strumento di competitività, non una scelta politica ma una necessità tecnica, ad esempio. Stesso discorso per il reddito di cittadinanza, un costo per l’apparato produttivo in un contesto di competizione sfrenata, o per la sanità pubblica o il sistema pensionistico. Senza una presa di posizione precisa e decisa sull’Europa, che pure è una necessità storica, ma va abbattuta e ricostruita da capo, le soluzioni “micro” proposte dai 5 Stelle non sono cambiamento, ma continuità fallimentare. Questo perché se si accetta la competizione globale, allora si deve fare di tutto per essere il più competitivi possibile e conseguentemente certe politiche “sociali” come il reddito di cittadinanza o la tutela dell’ambiente diventano un freno a mano tirato. Meglio votare Renzi per avere un Jobs Act atto II allora. Viceversa, se si vuole ricostruire una dimensione collettiva e politica del vivere associato, bisogna scegliersi un altro campo da gioco. Questo prima o poi Beppe Grillo dovrà dirlo esplicitamente, altrimenti sarà un fallimento.