di Salvatore Ventruto

“Aldo Moro viene ammazzato perché gli interessi che portano al suo assassinio non sono più quelli del movimento brigatista. Quegli interessi possono essere sintetizzati nel fatto che in Italia non si doveva muovere niente. E in effetti non si mosse nulla, perché dopo un anno la politica di unità nazionale fu morta e sepolta”. Davanti alla Commissione parlamentare d’inchiesta, Claudio Signorile, ex numero due del Partito Socialista nei giorni del sequestro Moro, si dice convinto che l’operazione che portò all’uccisione del Presidente della Democrazia Cristiana non possa essere ricondotta solo alle Brigate Rosse.

Di fronte ai commissari Signorile ricostruisce il tentativo del PSI di attivare un canale di mediazione che consentisse di salvare la vita a Moro. “Tutto partii da una semplice riflessione che facemmo io e Craxi, due settimane dopo l’agguato di via Fani. Se non l’hanno ancora ucciso – pensammo – è chiaro che non sono d’accordo su quello che devono fare. Maturarono così quindi i presupposti per andare a capire, attraverso i gruppi dell’Autonomia, fortemente contigui alle BR, cosa stava accadendo nel partito armato”.

Francesco Piperno e Lanfranco Pace divengono in quei giorni, tramite i giornalisti Scialoja e Zanetti, gli interlocutori di Signorile. “Si lavorava – dice l’ex  vice segretario del PSI – su un doppio binario: da un  lato era fondamentale creare il collegamento con le Brigate Rosse e dall’altro era indispensabile agganciare all’interno della Democrazia Cristiana coloro che erano favorevoli a una soluzione umanitaria, elementi che poi identificammo nei dorotei, in Bisaglia e Fanfani, allora Presidente del Senato”.

Gli incontri con Pace e Piperno furono quattro o cinque. “L’ultimo – dice Signorile – per strada, due giorni prima di quella maledetta mattina del 9 maggio”. In quell’occasione Piperno dice a Signorile che serve un segnale “umanitario” dalla DC e Fanfani si rende disponibile a lanciarlo proprio la mattina del 9 maggio durante la Direzione Nazionale della Democrazia Cristiana. Signorile la sera dell’8 maggio, dalla sua macchina, avverte telefonicamente Craxi che il cerchio stava per chiudersi positivamente. Non era così. Molto altro  sarebbe  accaduto in quelle ore. Qualcosa che in quei concitati momenti si palesò come imprevedibile e che invece, negli anni successivi, le inchieste giudiziarie e parlamentari avrebbero dimostrato come già scritto. La sera dell’8 maggio 1978 nessuno pensava  che la mattina dopo sarebbe stato trovato il corpo senza vita di Aldo Moro in via Caetani. Chi aveva ascoltato la telefonata di Signorile a Craxi? Chi?

Dal 15 aprile, data che Signorile individua come l’inizio del tentativo di salvataggio di Moro da parte del PSI,  Piperno e Pace sono protagonisti di quello che lo stesso Signorile definisce come “l’unico canale di mediazione che avrebbe potuto portare dei frutti”.  “Piperno è una persona politicamente fine – dice Signorile –  che a due settimane dall’agguato di  via Fani  si mette in sintonia con quella parte del movimento che vuole usare politicamente il rapimento di Moro e interloquire in qualche modo con il sistema politico. Piperno aveva rapporti con le BR, o perlomeno apparteneva a un qualcosa che con funzioni diverse faceva parte di un medesimo disegno”. Per  Signorile quel qualcosa rappresenta la parte movimentista, più politica, delle Brigate Rosse, di cui facevano parte Valerio Morucci e Adriana Faranda.

Ma quale fu il vero ruolo di Pace e Piperno? Se incontravano i brigatisti Faranda e Morucci perché  in quei giorni non furono pedinati, al pari di Signorile? Forse perché nessuno aveva interesse a ritrovare Aldo Moro? “A distanza di quarant’anni – dice l’ex leader socialista –  mi pongo ancora la domanda se il tavolo su cui Piperno giocava le sue carte, e io con lui,  esistesse in quei giorni o se la partita fosse già chiusa.  Sicuramente nella fase finale, quella dell’assassinio di Moro, l’aspetto politico viene tolto di mezzo e intervengono interessi e segmenti di servizi che avevano un unico obiettivo: in Italia non doveva muoversi nulla.  Io non credo ci possano essere molti dubbi sul fatto che la partita dentro il comando delle Brigate Rosse si gioca fino a un certo punto e che da un certo momento in poi  la parte politica viene emarginata, non conta più. Significa che Moro è passato totalmente nelle mani di un gruppo di fuoco del quale fa sicuramente parte Mario Moretti”.

Moretti è una figura complessa, oggetto di allusioni e critiche anche da parte dei suoi compagni d’avventura. In un’intervista a Rossana Rossanda dichiarerà che “dopo le bombe di Piazza Fontana il futuro movimento brigatista si renderà conto che ogni cambiamento dovrà fare i conti con qualcosa di oscuro di cui percepiamo solo la potenza”. Si recherà più volte a Parigi, presso il fasullo istituto di lingue “Hyperion”, che anche Pace e Piperno iniziarono dal 1979 a frequentare. Hyperion si rivelerà fondamentale per la fornitura di armi ai brigatisti, una centrale del terrorismo internazionale infiltrata dai più importanti e influenti servizi segreti del mondo, capace, nel periodo immediatamente precedente all’operazione Moro e durante il suo sequestro, di aprire due sedi di rappresentanza a Roma. Alberto Franceschini, altro storico fondatore delle BR, in più circostanze, non esiterà ad addebitare a Moretti alcune “incredibili dimenticanze” e a definire alcuni suoi  comportamenti come sospetti.   Sulla figura di Mario Moretti, anche Signorile sembra avere le idee molto chiare: “ Moretti non era una figura apicale delle BR ed è ovvio che avesse relazioni strette con qualcuno prima, durante e dopo il sequestro Moro”.

Quando la mattina del 9 maggio venne invitato da Francesco Cossiga a prendere un caffè, Signorile pensava di dover festeggiare la liberazione di Moro, ma così non fu. “Quando arrivo al Viminale trovo Cossiga abbastanza teso e pallido in volto. Mentre parliamo, verso le 11, – dice Signorile –  arriva la telefonata del Prefetto che ci informa della morte di Moro. A distanza di molti anni posso dire che ebbi in quel frangente la sensazione che fosse già tutto concordato e che fossi stato chiamato appositamente per assistere a quella chiamata”. Alle 12.15 sarebbe poi giunta la telefonata di Valerio Morucci a Francesco Tritto, collaboratore di Moro, che annunciava la morte del Presidente della DC.  Perché Morucci telefona un’ ora e quindici  minuti dopo il prefetto? Qualcuno costringe Morucci a fare quella telefonata oppure quella telefonata è una messinscena che sancisce l’inizio della collaborazione di Morucci con lo Stato, al punto da far redigere a quest’ultimo un falso memoriale sull’agguato di via Fani? Morucci conosceva o no il luogo  dov’era stato ucciso Aldo Moro o era stato estromesso definitivamente dall’operazione? E da quanto tempo? La sera dell’8 maggio, quando Signorile telefonò a Craxi,  il cerchio sembrava chiuso, ma venne riaperto da qualcuno. Troppe sono ancora le domande che non hanno una risposta.