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“Una grande rivoluzione liberale e moderata è l’unica strada per portare l’Italia fuori dalla crisi e per battere il ribellismo – non mi piace chiamarlo populismo – del Movimento 5 Stelle”: Silvio Berlusconi a Bruno Vespa, Panorama del 2 novembre 2017. E infatti “La mia rivoluzione moderata” è il titolo scelto per la copertina dal settimanale per propagandare – ché questa è un’intervista vespiana: propaganda – il Berlusca ultima versione. Ultima per modo di dire: lo slogan è lo stesso della “discesa in campo” del 1994, il sorriso Durban’s identico, il doppiopetto-uniforme sempre quello. Eppure gli italiani ci cascano. Peggio: ci credono. C’è gente che ancora si fa imbambolare dall’ottuagenario imbonitore, che rifila ricette e frasi fatte ripetute alla nausea senza mai essere stato in grado di applicarne mezza nei quattro, diconsi quattro governi da lui presieduti.

panorama

In compenso, il frodatore fiscale, mentitore seriale e delinquente naturale (sentenza definitiva 2012 processo Mediaset) ma soprattutto volgare facilitatore, con le sue televisioni, dell’americanizzazione culturale dell’italiano medio, questo venditore di vasi da notte (Montanelli) di cui è ammirevole l’indomita energia quanto spregevole è la mentalità da bambinone narcisista, questo immarcescibile monumento ambulante al marketing più basso e spudorato rappresenta, col suo inno al moderatismo, l’arcitalianità meno malapartiana che possa esserci: mentre l’arcitaliano nobile coltiva il gusto dell’estremo e del radicale, passando dal fascismo più rivoluzionario al pellegrinaggio nella Cina comunista, l’arcitaliano arcifesso sguazza nel più massificante, accomodante, irresponsabile, facile e ammorbante grufolare da borghese piccolo piccolo, da ominicchio mediano e quaraquaquà mediocre, che sogna e dice tutto e il suo contrario pur di immaginarsi ingrassato con le tasche più piene grazie alle promesse più vuote.

Pur di raccattar voti il Silvio nazionale, classico Dulcamara talmente scoperto da far quasi tenerezza, mette insieme flat tax liberista e moneta parallela quasi anti-europeista, aggiungendovi un “reddito di dignità” copiato paro paro, senza vergogna, da quello grillino di cittadinanza.

Silvio Berlusconi e Mariano Apicella

Fa l’elogio dell’amico Vladimir Putin (e fa bene), ma vorrebbe coinvolgerlo in un’opera di definitiva distruzione dell’Africa in cui, se anche nel più sperduto villaggio c’è un televisore, ancora non si è affermato completamente quel benessere della superiore civiltà occidentale che consentirebbe, a detta sua, di fermare l’immigrazione (quando invece sanno ormai anche i sassi che ci ritroviamo gli immigrati in casa, oggi schiavi e domani sostitutori, proprio perché abbiamo importato là i nostri interessi e la nostra brama di profitto, facendo del Continente Nero la cavia della globalizzazione più feroce).

Ma sopra e peggio di ogni bugia e castroneria, a renderci comicamente simpatico e politicamente odioso il cacciaballe di Arcore è l’antropologia che incarna: il moderato smodato, la moderrorea verbale che nasconde un appetito da arraffatore famelico, il paladino dell’amore che vince sull’odio (lo ha ridetto, è più forte di lui) che incita a odiare coloro che non si conformano all’ideale, tremendamente reale, dell’italianucolo del particulare. E’ la peste moderata che uccide le ribellioni all’alba.

Silvio_Berlusconi_Portrait

L’homo moderatus sputa sentenze e armeggia opinioni di parte con la bava alla bocca, ma non diteglielo: se vi va bene vi darà del comunista, se vi va male vi seppellirà di contumelie. Il berluscones è maestro di questa doppia veste, che nasconde una doppia morale assunta a regola di vita e condotta politica. Si dichiara sincero democratico, ma dà dei coglioni a tutti gli altri, cioè a quelli che non votano per lui, e non riconosce nessun legittimo impedimento alla propria volontà di potenza, tanto da arrivare a sostenere che la legge è più uguale per lui perché votato dalla maggioranza.

E’ un assatanato giustizialista coi criminali comuni e coi poveracci, ma non appena si toccano gli interessi del padrone, della casta e dei colletti bianchi spara a zero contro la magistratura, insudiciata con le peggiori offese (“cancro della democrazia”, “giudici mentalmente disturbati”). Si erge al più liberale dei liberali ma non sopporta e non concepisce il dissenso e la critica, è un intollerante patologico: fa fuori dalla televisione di Stato chi non gli aggrada, fa bastonare con distruttive campagne di stampa chi osa contraddirlo e del conflitto d’interessi ne ha fatto e ne fa un vanto. Ha il mito della famiglia da cartolina, è ossequioso con cardinali e preti, si presenta con le stimmate dell’uomo integerrimo e lavoratore, e contemporaneamente il suo mondo rigurgita di mignotte, prosseneti, ruffiani, mafiosi, corrotti, facce da galera, pagliacci e pagliacciate.

Gabriel von Max (1889)

Gabriel von Max (1889)

Il vero maitre-à-penser per le masse moderate, e le massaie smoderate, non è Sallusti, non è Belpietro, non è Brunetta o Sgarbi: è Signorini, sovrano del pettegolezzo da donnette insoddisfatte, gossipparo di corte e ministro della cultura popolare e patinata. Sbruffoni e arroganti, questi finti moderati individualisti al quadrato ed egoisti al cubo nulla hanno di moderato tranne che l’assoluta mancanza di senso della comunità e del pudore. Parafrasando il Berluskaz (cit. Bossi), questo è il Paese che odio: l’Italia che ama farsi prendere in giro nonostante l’evidenza, nonostante tutto, nonostante Lui, l’Arcimoderato dei nostri stivali.