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Milano, immediato dopoguerra. Il signor Carlo Vichi ha 22 anni ed è convinto che l’Italia sia finita nel ’43 ed il mondo nel ’45. È fascista, il signor Vichi, ma è anche perito elettrotecnico. Comincia qui, quando tutto sembra finito, quella che sarà un’epopea industriale italiana. È ormai difficile ricostruirne le coordinate culturali, sociali e politiche di quell’Italia lì, non tanto per il tempo trascorso, ma per l’incolmabile abisso di mentalità e stili di vita che separano quegli italiani da quelli dei tempi presenti. Altra gente, altre facce, altra tempra. Aiuta un poco scavare negli album di famiglia, intrecciare i ricordi dei nonni, di chi quell’epoca l’ha vissuta cambiando per sempre volto al Paese. Sarà quella generazione, infatti, quei figli di contadini che compiranno la grande migrazione antropologica ed andranno in città ed in fabbrica, a scrivere col sudore della loro fronte le prime pagine del benessere italiano. La storia di Carlo Vichi accompagna e riassume la storia di quella generazione e quindi dell’Italia che esce dalla guerra. Tanti successi, qualche fallimento e una coda triste, ma, soprattutto, tanto lavoro. Per il momento, però, la vita è ancora grama. Si va in bicicletta, schivando le buche lasciate dalle bombe, e ci si arrangia come si può per mangiare e dormire. Oggi ci si stupisce dei cinesi di Prato, della loro capacità di sopportazione e sacrificio, ma non hanno inventato niente.

Il signor Vichi comincia infatti nella camera da letto del suo appartamento: un grande tavolo di progettazione, il lavoro in contoterzi, i primi amici che vengono a dare una mano, lì, in quella casa che pian piano va assomigliando sempre più ad un’officina. La moglie, Anna, ha tanta pazienza e fiducia nel marito e non lo abbandonerà mai, nonostante la scomodità di quelle notti senza sonno e di poca privacy. Ha del talento, il signor Vichi, e il fiuto di intuire il successo che le radio a valvole avrebbero avuto di lì a poco, così, passo dopo passo, quella che era un’officina domestica diventa un’azienda che impiega 200 dipendenti. È nata la Mivar. Siamo arrivati, a questo punto, in pieno boom economico. È già un’altra Italia quella che si appresta ad accogliere in casa, dopo le voci, anche le immagini: tocca ai televisori di massa e Vichi lo capisce. Si sposta così in via Giordani, dove aprirà un nuovo stabilimento da 400 persone. Sono gli anni della Dolce Vita, dei primi vizi borghesi di massa, nuovi consumi e nuovi costumi iniziano timidamente ad affermarsi in un Paese che, finalmente, comincia anche a godere. Non Carlo Vichi, però, e neanche tanti altri italiani per il quale la religione è una sola, quella del lavoro. Hanno voglia di arrivare, di migliorarsi, di gettarsi finalmente alle spalle la miseria dell’infanzia, così, nel 1963, sull’onda del successo dei primi Tv color, la Mivar progetta un nuovo stabilimento ad Abbiategrasso. 800 persone stavolta e, all’apice del successo, il 35% del mercato italiano. Parliamo di 350 miliardi di lire a metà anni ’90.

L’evoluzione delle televisioni Mivar, dal primo modello all’ultimo tentativo di resistere dopo la rivoluzione LCD.

L’evoluzione delle televisioni Mivar, dal primo modello all’ultimo tentativo di resistere dopo la rivoluzione LCD.

Eh sì, perché Vichi passa indenne alla grande crisi dell’elettronica di consumo made in Italy degli anni Ottanta. Tiene sempre in tasca, ad eterna memoria, un foglietto, che non esita a mostrare: è l’elenco delle 39 aziende italiane di elettronica che hanno gettato la spugna dal ’46 ad oggi. Se fino a questo momento, infatti, stiamo parlando di una storia di successo come tante nell’età del boom economico, il vero miracolo Carlo Vichi lo compie negli anni Ottanta. Le prime avvisaglie di crisi generalizzata del settore dell’elettronica arrivano il decennio precedente, quando cominciano ad apparire i primi prodotti giapponesi. Sarà una rivoluzione. Chi non ha ascoltato le cassette dei Duran Duran con un walkman targato Sony? Uno dopo l’altro, i grandi marchi italiani ed europei, tedeschi in primis, cominciano a soffrire. Autovox, Brionvega, Sèleco, Formenti, per tutte c’è la REL, finanziaria pubblica creata ad hoc nel 1982 per tenere in piedi un settore nel quale si aprono buchi di bilancio che assomigliano sempre più a voragini. Alla fine REL stessa diventerà un abisso da 474 miliardi di lire erogati in dieci anni; aziende risanate prossime allo zero.
Mivar invece è come l’universo, in continua espansione. I maggiori quotidiani si sperticheranno nelle lodi a cavallo degli anni ’90 per quell’imprenditore così controcorrente in grado di tenere testa ai colossi dell’estremo oriente. Diventeranno famosi i cinque zero di Vichi, le sue regole auree: zero pubblicità, zero licenziamenti, zero cassa integrazione, zero sovvenzioni pubbliche, zero prodotti assemblati. Specialmente l’ultimo è il cardine del credo di Vichi: tutto dev’essere prodotto in azienda, dalla progettazione all’imballaggio, in Mivar non si marchia, si produce.

Carlo Vichi all’apice del successo

Carlo Vichi all’apice del successo

Non si ferma qua la filosofia di questo padrone sui generis. Non ci sono uffici alla Mivar, tutto è un open space ante litteram; il suo tavolo da lavoro (mica una scrivania dirigenziale, ohibò!) è in mezzo alla fabbrica, così può controllare minuto per minuto ogni fase del processo; niente manager, per carità, quelli non servono, solo quindici persone per la contabilità. Ogni minimo particolare è curato, ideato e ingegnerizzato da lui personalmente. Una vita dedicata maniacalmente al lavoro, come solo quella generazione ha saputo fare.

Ma torniamo alla nostra favola ormai post-moderna, dunque senza lieto fine. Siamo nel 1990, dicevamo, e l’Italia, oltre ad ospitare i mondiali (con relativo boom di vendite), si trova, senza averlo compreso, ad un tornante della propria storia. Quì, forse per la prima volta, Carlo Vichi fa un errore che, probabilmente, non rinnegherebbe neanche sotto tortura. Determinato dalla propria forza interiore, incoraggiato dagli ottimi risolutati dell’azienda, che strappa quote di mercato nazionale sempre più ampie ai concorrenti stranieri, Vichi progetta il proprio mausoleo personale, la fabbrica perfetta, il sogno di una vita. Il complesso è mastodontico: 44mila metri quadri destinati alla produzione, 30mila di parcheggio, 60mila di parco, quasi fosse Adriano Olivetti. Una vera e propria cattedrale dell’industria elettronica destinata ad occupare 1200 persone. La spesa, chiaramente, è faraonica come il progetto. Quasi 100 miliardi di lire, tutti messi sul tavolo di tasca propria, perché alla filosofia contro di Vichi ci sarebbe da aggiungere anche zero banche: i profitti non servono per la villa o lo yatch, ma si reinvestono in azienda.

Tuttavia, quando lo “stabilimento perfetto” è finalmente pronto, nel 2000, la Mivar entra in crisi. Il 1998 è il primo anno di pareggio di bilancio nonostante il 35% del mercato italiano. Per reggere alla nuova ondata di concorrenza cinese e coreana, infatti, Vichi è costretto ad abbassare i prezzi, fino ad arrivare, nel 2001, a vendere in perdita. Per la prima volta ricorre alla cassa integrazione. Da lì in avanti, con l’aggiunta della rivoluzione dell’LCD, saranno perdite su perdite, ogni volta ripianate di tasca propria da un uomo di 80 anni che ancora non se la sente di metter fine alla sua impresa e con essa alla sua vita. Forse è questo il dettaglio che permette di comprendere che pasta d’uomo sia Carlo Vichi. Nonostante le graduali riduzioni del personale, dalle mille persone del 1998 alle 500 del 2008, alla decina di oggi, i sindacati, coi quali Vichi non è mai andato particolarmente d’accordo, non hanno fiatato perché, ogni anno, pur di non chiudere, Vichi ripianava di tasca propria le perdite.

“Ho messo via quando andava bene per esser pronto quando sarebbe andata male”, ripete.

Stando a Giuseppe Viganò, segretario Fim-Cisl Legnano-Magenta, la lenta agonia è costata al padrone dai 100 ai 120 milioni di euro. I suoi colleghi avevano chiuso vent’anni prima lasciando operai e debiti a carico della REL.

Viaggio nella fine della Mivar, incontrando il proprietario Carlo Vichi.

Ci siamo imbattuti in questa storia per caso, leggendo sui principali quotidiani dell’ultima trovata di questo piccolo grande uomo di ormai 94 anni: cedere gratis la sua fabbrica gioiello, mai entrata in funzione, a Samsung, a patto che venga a costruire elettronica in Italia. Poter vedere, insomma, il progetto a cui ha dedicato la vita, fare quello per cui l’ha realizzato: produrre, anche solo per un giorno.

Vichi maus

Vichi nel suo mausoleo, vuoto e mai utilizzato.

Difficilmente l’eco della notizia rimbalzerà fino in Corea, ma proprio questo ci spinge ad un’ultima considerazione. La Corea del Sud è un paese paragonabile all’Italia, abbiamo avuto una storia analoga: la guerra, nel loro caso addirittura la divisione che perdura fino ad oggi, l’occupazione americana, quella dell’Asse prima, la grande voglia di riscatto. La differenza è che la Corea ha avuto un governo capace di tutelare i propri interessi industriali molto più di noi, anche se suona difficile dirlo in questi giorni di impeachment per il loro presidente. Eppure, Samsung, quando è nata, si occupava di spaghetti di riso; poi si è dedicata all’import-export di alimentari; poi, finalmente, dopo la guerra di Corea, il governo sudcoreano ha avuto la pensata geniale di comprendere che il futuro stava nell’elettronica e nell’automobile. Così ha preso due aziende semi-sconosciute (ma dai padroni “conosciuti”, evidentemente) e ha chiesto loro di riconvertirsi in quei settori. In cambio, le avrebbe protette, con sgravi fiscali, opere pubbliche infrastrutturali e pesanti dazi alle importazioni. Questa strategia di sviluppo si chiama import substitution, in italiano sostituzione delle importazioni, e qualunque Paese in fase di sviluppo o di ristrutturazione dovrebbe perseguirla. Le due aziende si chiamavano Samsung e Hyundai. Non è difficile immaginare cosa sarebbe successo se anche noi avessimo protetto la nostra elettronica durante la necessaria riorganizzazione degli anni Ottanta, invece di limitarci a coprire per un po’ le perdite a colpi di debito pubblico. Chissà, forse oggi sarebbe Samsung a invocare il signor Vichi.