Lo scrittore Gomez Davila le definì “masse annoiate”; c’è chi invece non ama i giri di parole e parla di “coglioni facinorosi”.  Il concetto è sempre quello: le bande armate che hanno infiammato le strade di Milano rappresentano la peggior forma di protesta che l’Italia abbia mai conosciuto nella propria storia. E questo non perché esse siano violente – la violenza di per sé non è necessariamente da condannare -, ma perché finiscono col fare il gioco di chi esse vorrebbero combattere. Questo concetto è oramai chiaro alla maggior parte di noi. Eppure anche questa volta i cortei sacrosanti, quelli ben organizzati, che legittimamente si sono scagliati contro le multinazionali e il lavoro gratis di Expo, sono passati in secondo piano, mentre la stampa metteva ben a fuoco i quattro dementi che per qualche ora hanno avuto in pugno un chilometro di città.

È tempo di cambiare. È tempo di capire che i black bloc, i facinorosi “con le Nike ai piedi” come li ha definiti qualcuno, sono parte integrante di un sistema ben collaudato di repressione del dissenso. E il silenzio in cui puntualmente ogni grande manifestazione seria e legittima inesorabilmente sprofonda ne è la prova definitiva. Grazie all’opera di quattro incappucciati che distruggono auto e vetrine, la politica si ripulisce la faccia e le mani. Il dissenso vero, organizzato e mosso da intelligenza e libero pensiero viene costretto al silenzio, troppo presi come siamo a fissare le fiamme che avvolgono automobili e negozi. Anche questa volta il sistema politico ha avuto la meglio, nonostante tutto.

Saranno infiniti gli aspetti da analizzare nei prossimi giorni. A partire dall’operato del Ministro Alfano fino all’atteggiamento di Renzi, passando per l’impeccabile gestione da parte delle Forze dell’ordine, quella di venerdì è stata una giornata che passerà alla storia del nostro Paese. Ma ciò che è drammatico è che – così come del G8 genovese oggi ricordiamo solamente gli scontri, gli spari e il corpo di Giuliani riverso a terra -, tra pochissimo tempo dell’apertura di Expo noi ricorderemo i vandali, i muri imbrattati e le strade violentate. I cortei che si opponevano all’iperglobalizzazione, al dogma dello sviluppo ad ogni costo, agli affari sporchi delle multinazionali di Expo cadranno nel dimenticatoio, insieme a quei cittadini che durante il G8 di Genova dicevano no ai tavolini dei potenti. Ancora una volta apprezzeremo l’oppressore e ci dimenticheremo dell’oppresso, e il cerchio della repressione silenziosa sarà chiuso. E questo grazie a quei finti rivoluzionari che di giorno lanciano bottiglie e di notte elargiscono favori al sistema politico, economico e finanziario.