di Alessio Sani

Era nell’aria da tempo e alla fine è successo: Silvio Berlusconi ha venduto il Milan. Dopo i Sensi e i Moratti un’altra grande famiglia del capitalismo italiano è costretta a lasciare il calcio per manifesta inferiorità. Come avrebbe detto Enrico Cuccia: “articolo quinto, chi ha i soldi ha vinto”, e Berlusconi di soldi da spendere nel Milan non ne ha più, o perlomeno non abbastanza. Fu proprio lui il primo a far saltare il banco negli anni Ottanta con gli arrivi in elicottero e gli acquisti miliardari, oggi gli emiri e gli oligarchi arrivano in jet privato.

Non dev’essere stato facile per un uomo ambizioso ed orgoglioso come l’ex premier accettare di dover passare la mano. Il Milan non è solamente uno dei club più titolati e uno dei marchi italiani più noti al mondo, è sempre stato il giocattolo personale di Berlusconi e la sua più potente arma di propaganda. L’ha preceduto e poi accompagnato per tutto il cursus honorum ed ora, imboccata la parte discendente della parabola, venderlo significa accettare il proprio ridimensionamento, anche politico. Sarà quindi un’uscita di scena a piccoli passi. Per il momento è stato siglato solo un preliminare di vendita e il nuovo socio, il thailandese Bee Thaechaubol, acquisirà solo il 47 percento delle quote. Dunque al timone c’è ancora Lui, pur con capitali esteri. E’ però difficile immaginare che qualcuno possa investire nel calcio la bellezza di quasi mezzo miliardo di euro e non voler comandare, ma per la scalata definitiva c’è tempo, così come c’è stato per l’annuncio dell’accordo, avvenuto solo ad elezioni concluse.

Sono due personaggi molto diversi Mr. B e Mr. Bee, e raccontano due storie diverse. La straordinaria carriera imprenditoriale di Silvio Berlusconi parte dal territorio e da qualcosa di molto concreto, l’edilizia. Subito arriva l’appoggio vitale di una banca, la famigerata Rasini, e le prime conoscenze politiche (storico il legame con Bettino Craxi): la triade sacra del capitalismo di relazione all’italiana era costituita. Famiglie dei salotti buoni, banche e politica, questi sono stati il motore dell’economia italiana per tutto il dopoguerra. Poi per Berlusconi sono arrivati il grande salto nella comunicazione, le televisioni, gli scontri con gli altri poli di potere del Capitale nostrano, la rivalità (non solo economica) con De Benedetti, e la grande avventura in politica.

Oggi questo modello non funziona più. Il capitalismo italiano non ha retto l’urto della globalizzazione e forse non è stato neppure capace di prevederlo. Il modello “famigliare” non mobilita sufficiente liquidità ed ha perso il treno in troppi settori all’avanguardia per continuare ad essere competitivo, e praticamente nessuno è riuscito a diventare un player globale. Ci stanno provando gli Agnelli, delegando a un manager innovatore come Marchione, che pure di fatto ha rilocalizzato la Fiat tra l’Olanda e gli Stati Uniti, hanno preferito ritirarsi i Merloni, tentennano i Benetton, i Marzotto e pure De Benedetti. Ma è tutto un sistema ad essere andato in tilt a causa dell’apertura dei mercati a forze molto più potenti e del concomitante disimpegno dello Stato.

Così i fondi di investimento stranieri hanno cominciato ad infiltrarsi a Piazza Affari, da sempre riserva di caccia dei poteri forti nostrani (negli ultimi decenni sostanzialmente la galassia Mediobanca-Intesa) e del Tesoro, e oggi ne controllano quasi il 40 percento. Dapprima presenze silenziose nei CdA, sono diventati sempre più ingombranti scardinando il vecchio tessuto di relazioni e il connesso sistema di potere. Addirittura, lo stesso Ministero del Tesoro è stato messo in minoranza nei consigli di Eni e di Finmeccanica, le aziende strategicamente più rilevanti. Se Berlusconi rappresenta la vecchia imprenditoria, Mr. Bee è il nuovo che avanza e conquista. Broker attivo in svariati settori, è supportato proprio da alcuni importanti fondi d’investimento mondiali, come Ads Securities (famiglia reale di Abu Dhabi), CITIC (governo cinese, fondato da Rong Yiren, il “capitalista rosso”), e Doyen (fondo di private equity che opera tra l’estrazione dell’uranio e la compravendita di giocatori).

E’ il trionfo del capitalismo finanziario su quello industriale, la deterritorializzazione della ricchezza, l’acquisto del mondo da parte di una élite trans-nazionale, cosmopolita, capace di mobilitare capitali fuori scala pure per Berlusconi. Soldi di investitori e risparmiatori da ogni parte del mondo accorreranno per rifare grande il Milan (e Silvio cercherà di accollarsene il merito, potete giurarci), eppure altrettanto facilmente potranno andarsene. La ricchezza senza confini e senza legami non ha sentimenti né obblighi, segue i tassi d’interesse e non dà garanzie per l’economia reale. In alcuni casi, può diventare un potente mezzo di pressione sui governi. Finché è il calcio a cambiare bandiera il problema è marginale. Eppure, l’inadeguatezza di una classe dirigente fuori tempo sta lasciando le principali risorse del Paese in mano a speculatori nei confronti dei quali non ha anticorpi, abituata com’era al massiccio aiuto statale, alle amicizie, ai favori. Se anche l’highlander Berlusconi lascia, significa che l’era del “capitalismo di relazione” è al tramonto. L’alba di quella nuova è difficile da decifrare.