Devi dare il consenso all'uso dei cookies per poter visualizzare questo video. Maggiori informazioni

Incassata la fiducia anche al Senato, il Governo Gentiloni è pronto ad inaugurare il proprio corso, trascinandosi dietro un bagaglio ricolmo di dubbi e perplessità. Nemmeno per l’inconsueta celerità con la quale si sia giunti ad una squadra per rimettere insieme i cocci dell’ennesima crisi di governo – meno di quattro giorni per trovare un sostituto a Matteo Renzi: segnale curioso ed inquietante – quanto per la composizione complessiva della compagine esecutiva, che molto probabilmente non sarà predisposta ad impalcare una legge elettorale valida – che consenta di andare al voto nella prossima primavera -, e si concentrerà unicamente a proiettarsi alle Politiche del 2018 per preservare privilegi e carrierismi. Sin dalle primissime indiscrezioni sui papabili, è emersa una convinzione: Renzi si è allontanato, ma solo formalmente. L’ombra dei suoi adepti e di chi ne ha incensato l’attività aleggerà ancora fra i corridoi dei vari ministeri, e con lei monterà il sospetto che alcune scelte non siano state propriamente mirate. Oltre ai (tristemente) noti e chiacchierati Alfano, Boschi e Fedeli, uno tra tutti suscita curiosità: Domenico Minniti, conosciuto come Marco.

conf

Il neo Presidente del Consiglio Paolo Gentiloni con il Ministro della Difesa Roberta Pinotti e il Ministro degli Interni Marco Minniti

Il suo profilo è stato selezionato per guidare il Ministero degli Interni, e c’è chi dice che la decorsa esperienza nel campo dell’intelligence e dell’organizzazione strategico-militare possa soltanto rinsaldare la credibilità del Viminale, sotterrata dalla tiepida ed opaca gestione Alfano. L’auspicio sarebbe anche comprensibile, se non fosse che le preferenze di Minniti siano una costante tendenza a sposare la causa degli Stati Uniti d’America, cioè di un’alleanza che attualmente andrebbe rimessa in seria discussione, per evitare di trascinare ulteriormente lo Stivale in quella palude di servilismo da cui non riesce ad uscire da circa 30 anni. Non sottolineando, poi, i trascorsi nelle Stanze dei Bottoni con D’Alema, Amato e Prodi, e le consulenze nell’ambito dei servizi segreti offerte ad Enrico Letta e proprio a Renzi. In pratica, un curriculum non esattamente immacolato, in un sistema che necessiterebbe di tutto, fuorché di un altro Ministro che si proni al volere della cosmopolitizzazione. Anche se, all’onor del vero, nemmeno un anno fa, entrò in gamba tesa sulla Casa Bianca, chiedendo lumi circa l’ipotetico spionaggio a Berlusconi, poco prima che si dimettesse nel 2011.

Cerchiamo di capire meglio chi sia il nuovo Ministro ascoltando il suo intervento all’evento sulla cyber security del 4 febbraio 2016 tenuto presso l’Università La Sapienza

In quel caso, la finanza internazionale e i poteri forti fecero il resto. Gli stessi a cui Minniti rende dogmatico rispetto da quando è iniziata la sua professione politica: dal canto suo, il predominio della NATO e delle organizzazioni sovranazionali che ingessano la sovranità degli Stati, restringendone l’autonomia politica, economica e governativa, non andrebbe nemmeno sindacato. Inoltre, dopo essere stati armati sino ai denti dalla presidenza di Letta – con il quale la spesa militare si è aggirata intorno ai 4 miliardi di euro, in meno di 11 mesi di operato -, sembrava che si fosse posto un freno all’esasperazione dei costi per gli armamenti, e che soprattutto si ragionasse sulla opportunità di investire cifre importanti in un settore che non ha mai patito particolari crisi. Ora, invece, la scelta di Gentiloni è di affidare l’equilibrio della salvaguardia nazionale ad un cultore degli F-35 e un turiferario della polvere da sparo. Che non si è dedicato unicamente alla causa marziale, ma ha pure supportato la Lockheed Martina, l’holding ideatrice del MUOS, il sistema di comunicazione satellitare del Dipartimento della Difesa degli Stati Uniti, che sostanzia l’apice dell’asservimento di Roma a Washington. Insomma, si punterà forte sulle passioni atlantiste di un uomo che è stato provato dalla politica e l’ha trasformata nel mezzo migliore per restare incollato agli accadimenti istituzionali nelle legislature del recente ventennio. Senza troppi fronzoli: l’eterno ritorno della demo-cristianizzazione.