Innumerevoli volte sulla bocca degli italiani esplode il paragone tra Italia e il resto del mondo, tra noi e i “paesi normali”. Un paragone esaustivo al fine di concepire e dare un perché ai problemi quotidiani che trovano spazio “solo in Italia”. Nel Belpaese però c’è un’Italia dentro l’altra: il Sud. Il Mezzogiorno è un estremizzazione del pacchetto Italia, dove il sogno di diventare “normale” come il resto della nazione è impossibile tanto quanto diventare “normale” come il resto d’Europa. Questa è una mera tattica per non affrontare le difficoltà sia a livello nazionale che regionale, giustificare il degrado come peculiarità nazionale o meridionale a seconda dei problemi . La ricetta per risollevare il Sud è ancora peggio di quella per risollevare l’Italia, il problema inoltre è che le ricette per il Sud arrivano durano sempre il tempo di un rapporto Svimez.

In effetti è stato proprio il rapporto Svimez diffuso quest’estate che ha rilanciato la questione meridionale nei talk show e tra i partiti. Il rapporto afferma che dal 2000 al 2013 il Pil del Sud è cresciuto la metà di quello ellenico, dati sconcertanti se calcoliamo che la Grecia tecnicamente ha sfiorato più volte la banca rotta. Numeri che hanno costretto Renzi ad organizzare una direzione PD e iniziare un discorso sulla questione meridionale che doveva portare ad un “Masterplan” per il mezzogiorno, in verità il confronto su questo tema all’interno del PD doveva chiudersi il 15-16 settembre, ma di “Masterplan” ancora non c’è traccia. Non c’è traccia anche di chi nel Governo si occupi di coesione territoriale, dato che la delega era affidata al sottosegretario Delrio, ora Ministro. Uno dei mille problemi del Sud è che compare solo quando i suoi dati negativi prendono a schiaffi l’establishment italiano, un altro problema invece è che di Sud se no occupa sempre qualcuno al di là di Roma: Debora Serracchiani (friulana) apre il seminario sul Sud a Milano durante gli ultimi giorni della festa dell’Unità.

Questo Masterplan ancora ignoto pare rispecchiare il solito andazzo: infrastrutture, industrializzazione, turismo. Il prof. Gianfranco Viesti, esperto nello studio dell’economia del Meridione, denuncia prontamente il dirottamento di 3,5 miliardi di euro dai fondi per il Sud alla decontribuzione dei contratti su scala nazionale. Ci sono fior di libri, da Pino Aprile a Marco Esposito fino ad arrivare a Nicola Zitara, che parlano del saccheggio programmatico delle risorse meridionali e il problema è sempre quello: mancanza di classe dirigente all’altezza del Sud. Ma il prof. Viesti non si limita a questo, esaminando le conseguenze economiche di investire al Sud in grandi infrastrutture, mostra come un euro speso nel Mezzogiorno porti molti più guadagni al Nord, considerando che le grandi imprese edilizie dotate di macchinari e mano d’opera sono del tutto assenti dall’Abruzzo in giù. Nel 2013, dice Viesti, “la spesa per ferrovie è stata dell’87% al Nord e del 13% al Sud” e inoltre, continua Viesti, ” si è puntato troppo sulle infrastrutture, che però in Italia richiedono tempi più lunghi dei 7 anni dei piani europei”, ciò vuol dire che non si riesce mai a spendere tutti i soldi e le grandi opere rimangono incompiute. Invece dell’ Alta Velocità, che qui in Italia costa il triplo per chilometro che altrove, la priorità dovrebbe essere innanzitutto collegare tra loro i Sud che funzionano. Ancora oggi per spostarsi nel meridione il mezzo più utilizzato è l’auto. Renzi dice “non esiste un solo Sud, ma tanti Sud e alcuni funzionano e altri no”, su questo ha ragione, ma non muove un dito per metterli in contatto.

Si parla di desertificazione industriale e il pensiero vola ancora sull’Ilva dove la situazione è solo peggiorata, non si riflette invece di programmare seriamente corridoi lavorativi e di innovazione tra le università e imprese altamente tecnologiche, come l’aereonautica a Napoli o la meccatronica a Bari, l’informatica a Catania o le nanotecnologie a Lecce. La vera complicazione riguardante l’industria è che non esiste un piano nazionale, nessuna linea guida da seguire. Troppe volte i fondi europei sono stati sostitutivi rispetto a quelli nazionali, inoltre pochissime volte sono stati utilizzati per la tenuta sociale e per il rilancio industriale.

Il motivetto del turismo al Sud è ridicolo, un’area geografica di 6 milioni di persone che dovrebbe vivere solo di turismo e inoltre 3 mesi l’anno? Poi c’è incoerenza da parte del governo su questo, da una parte il turismo come risorsa economica meridionale e dall’altra lo “Sblocca Italia” che deturpa ampie zone del Mezzogiorno. E di quale turismo stiamo parlando? Certamente non un turismo sano, ma di sfruttamento, uno che punta al risparmio, come per esempio in quelle località esotiche dove esistono oasi di benessere e il resto è destinato all’oblio. Insieme al turismo si lega molto spesso l’agricoltura che traina le esportazioni del Mezzogiorno verso l’estero, ma che non è tutelata dai provvedimenti europei che frequentemente difendono altri interessi.

Le idee di come rilanciare il Sud sono poche e confuse, l’assenza del Premier alla Fiera del Levante a Bari fa comprendere il disinteresse di chi afferma “basta piagnistei” e nel frattempo gira la faccia. Di Sud parla molto anche Michele Emiliano, antagonista in ombra di Renzi, il quale fa notare che bisogna partire dal documento programmatico sul Mezzogiorno sottoscritto nel febbraio del 2014 dai principali dirigenti del Pd del Sud e inviato al segretario nazionale del partito poco prima del suo insediamento come presidente del Consiglio. Emiliano cerca l’intesa e l’unità con gli altri governatori meridionali targati tutti PD, per creare massa critica che dia un segnale forte al governo centrale. L’intero Meridione è governato dal Partito Democratico, almeno questa volta un responsabile c’è, vedremo.