La kermesse nazionale del Partito Democratico ha convalidato l’ennesima supposizione: dibattere su papabili risoluzioni di problematiche, non è la priorità della compagine partitica di governo, nonché di maggioranza. La consuetudine dell’immobilismo. D’altronde, i tasselli più “luccicanti” del mosaico del centrosinistra italiano – nel traffico dell’immaginazione, pare veder svettare la Moretti, Taddei, la Picierno, Nardella, ammantati dalla copiosa tracotanza della loro autoreferenziale indole -, sono massima espressione dell’élite borghese della partitocrazia 2.0. Ossia, la modernizzazione di un assembramento di cialtroni, proiettato al consenso, e non alla rappresentanza. Un tempo, l’onestà intellettuale avrebbe prevalso, consentendo all’elettore di far leva sulla garanzia del buon senso. Oggi, di contro, i dirigenti d’apparato sono complementari ai rispettivi subalterni. Matteo Renzi ne è l’esempio lampante. Dal palco delle annuali celebrazioni, il Primo Ministro non invita a riflettere sulla costruzione del progresso. Piuttosto, si intrufola nei pertugi della coscienza dei politicamente indecisi, trova spiragli di persuasione, e rincara la dose polemica, importunando la memoria di Vittorio Arrigoni. “Non c’è Pd contro le destre, ma umani contro le bestie. Dobbiamo tornare a essere umani”.

Renzi parla di “bestie”. Non per oltraggiare, ci mancherebbe. Quanto per rispondere all’astio nei riguardi dell’immigrazione. E per rimarcare inconsciamente una sua inestirpabile pecca: non ascoltare. Mai. Quel che è peggio, è che disdegni – nemmeno tanto velatamente – pure il dialogo con i cittadini, con quella base popolare che il sornione fiorentino si pavoneggia di tutelare e che, al tirar delle somme, bistratta di continuo. Non è abituato al confronto, non conosce il contraddittorio, non accetta pareri e opinioni che divergano dalla sua bislacca linea di pensiero. Che è fondare la propria figura istituzionale e pubblica sulla sua massiccia eloquenza, senza contemplare il disappunto di un contraltare, che magari potrebbe indirettamente rendergli maggiore credibilità. In questo, forse, non è neanche simile a Berlusconi: Mister B., talvolta, percepiva la sacrosanta – benché per lui fastidiosa – utilità di lasciarsi inondare dal livore degli avversari. Il ghibellino del “Fare” (a vanvera) è, al contrario, irremovibile, imperturbabile, consapevole di capacità che ravvisa soltanto lui in sé. L’icona della “Svolta” (sbiadita) è stata gradatamente stracciata da quella oziosa staticità che, in origine, avrebbe dovuto esorcizzare. Allo stato attuale, il pioniere della “Rottamazione” (di chi non gli vada a genio) è preda di una radicale narcolessia, e gli sfugge un dettaglio non da poco.

Proprio il Presidente del Consiglio – che, sin dal suo insediamento a Palazzo Chigi, nel silenzio di un omertoso opportunismo, ha praticamente creduto di rapportarsi con delle “bestie”, non avendo domandato fiducia elettorale ad alcuno, per essere insignito di un mandato parlamentare – non comprende la sottile (ma determinante) differenza tra l’opposizione aprioristica e la denuncia esasperata. La prima è segno distintivo di coloro ai quali interessa che la situazione rimanga immutata – dai mediaticamente strabordanti Salvini alle redivive Santanchè, passando per le imbavagliate Meloni, il cui lucrare propagandistico necessita di flussi migratori quotidiani ed abbondanti -. La seconda, invece, è azione propositiva delle frange maggiormente colpite – le periferie metropolitane e l’entroterra provinciale, sullo sfondo di un’angoscia esistenziale dei territori che rivendicano la propria libertà di quieto vivere -, da un’inefficacia operativa ed un’impertinenza governativa di difficili richiami storici. Allora, a gran voce, va intonato: meglio “bestie”, che renziani!