di Alessandro Sani

Era il 4 dicembre 2011 quando Elsa Fornero, allora ministro del Welfare del Governo Monti, scoppiò in lacrime annunciando pubblicamente il blocco dell’indicizzazione delle pensioni all’inflazione. Bruxelles reclamava una cura da cavallo per i disastrati conti pubblici italiani e i tecnici non si fecero scrupoli a sforbiciare là dove era più facile: l’Inps eroga diciotto milioni di prestazioni annue, una cifra monstre dal sicuro impatto sui conti a breve termine. Che la norma fosse anticostituzionale era chiaro almeno quanto il fatto che le lacrime del ministro del “choosy” fossero di coccodrillo, eppure ci sono voluti quattro anni alla Corte Costituzionale per esprimere una sentenza. Cronica lentezza del sistema giudiziario o scelta politica? Il protagonismo della magistratura è endemico in Italia almeno dallo scoppio di Mani Pulite, ed è bene ricordarsi che a fine mese si vota per le regionali. Dunque, un torto a Renzi oppure un favore?

A prima vista è chiaramente un problema per l’esecutivo: il rimborso totale costerebbe diciotto miliardi, sostanzialmente irreperibili salvo sforare di nuovo i vincoli europei. Tuttavia, un rimborso parziale ben confezionato, presentato con le parole giuste e col solito ribaltamento delle responsabilità, potrebbe avere un ottimo effetto su un’opinione pubblica pigra ed assuefatta. Ad aprile Renzi dà in pasto alla Nazione la notizia dell’esistenza di un “tesoretto”, grande novità in questi tempi di declino ma in realtà più frutto di previsioni e numeri astratti che di dati reali. A fine mese arriva la sentenza della Corte, i pensionati andranno rimborsati: et voilà, il premier ha trovato come investire il miliardo e seicento milioni virtuali a disposizione. Certo, mancano altri sedici miliardi e i pensionati delle fasce di reddito più alte non vedranno un euro, ma c’è il mantra della crisi e basta paventare tagli in altri settori per uscire d’inghippo.

C’è poi da liquidare le opposizioni, che secondo costume italico non perdono occasione per presentare richieste iperboliche al Governo: in questo caso si accontenterebbero del rimborso totale. Peccato che buona parte di queste opposizioni abbia votato la riforma Fornero quattro anni fa e la loro credibilità sia scarsa. Al Premier basta dunque esercitare quell’antichissima arte nella quale eccelle, l’oratoria, ed approfittare della smemoratezza del popolo italiano, per cui oggi può andare in televisione e dire di “stare rimediando ai danni che hanno fatto loro”. Loro perché lui ancora non c’era, perché mentre il Parlamento approvava la legge Fornero lui “tappava le buche a Firenze”, peccato che il Partito Democratico esistesse già e desse il suo appoggio al Governo Monti.

Infine il vero colpo di genio, perché oggigiorno spesso il significante è più importante del significato, ed ecco che nasce il “bonus Poletti”, sottintendendo che il rimborso sia un regalo del Premier invece che un atto dovuto. Dunque con un po’ di abilità un altro problema è ormai superato grazie all’Uomo della Previdenza. C’è, ancora, un altro dato che sarebbe bene valutare: secondo l’Ipsos, i pensionati votano Matteo Renzi. Alle scorse europee, ben il 50,5% di loro ha scelto il Partito Democratico, e annunciare l’arrivo di qualche centinaio d’euro in più ad agosto può essere un ottimo promemoria per ricordarsi di andare alle urne a fine mese. Un anno fa ottanta euro in busta paga, oggi cinquecento per le ferie. Dunque, un torto a Renzi o un bell’assist? E tutto questo avviene mentre sia l’esecutivo che le opposizioni si confermano incapaci di sostenere un dibattito politico serio e di individuare le reali cause del declino dell’Italia. Deindicizzare le pensioni è stato sicuramente poco nobile, ma non sarà continuando ad attuare meccanismi clientelari ed assistenziali che un Paese industrialmente morto riuscirà a risorgere. La Commedia continua.