Il primo turno di queste elezioni comunali per il PD rappresenta senza alcun dubbio una cesura, una rottura con il recente passato. Più che la fine di un’era la fine di una stagione. L’apoteosi del 40% delle europee è ormai un sogno lontano rispetto a percentuali deludenti come il misero 17% ottenuto a Roma. Risulta evidente che dopo oltre due anni di narrazioni e sublimazioni continue delle gesta politiche di Renzi, trasformato dai giornali e dai programmi TV in emblema del rinnovamento e dell’imbattibilità politica, qualcosa di quel meccanismo si è rotto, e improvvisamente qualcuno sembra essersi accorto che la realtà è ben diversa da come ci è stata raccontata negli ultimi anni.

Del Renzi giovane innovatore, rottamatore della vecchia politica e dei vecchi sistemi di Palazzo è rimasto un quarantenne arrogante, presuntuoso, gonfio in viso, un uomo che voleva rompere con i vecchi sistemi ma si è visto molto presto fagocitato dagli stessi, dopo aver cambiato la Costituzione e la legge elettorale col ricatto continuo della fiducia e sostenuto la sua traballante maggioranza con la solita compravendita di poltrone e poltroncine.

Ha tentato in questi anni di trasformare il PD in partito unico della sinistra (e non solo), un partito autarchico e autoritario, ma non ci è riuscito. Non è riuscito a conquistare l’elettorato di centrodestra, una parte del quale inizialmente gli ha dato fiducia e lo ha sostenuto, ma ora lo ha abbandonato. La guerra intrattenuta con la fazione più di sinistra del suo partito lo ha portato soltanto a una lenta e progressiva emorragia di voti, ritrovandosi così a essere troppo a sinistra per il centrodestra ma troppo a destra per il centrosinistra.

Ma d’altra parte da anni ci raccontano che le categorie della destra e della sinistra sono morte, che le ideologie novecentesche sono cadute e che viviamo in un’epoca e in un tempo inevitabilmente post-ideologici. E Matteo Renzi si è fatto portabandiera di tale pensiero. Eppure anche questo schema sembra non funzionare più, la fine delle ideologie appare sempre più come un paravento per nascondere un desolante vuoto progettuale e culturale di alcuni soggetti politici.

Parlano i fatti. Basti guardare Roma, dove il PD di Giachetti è risultato in vantaggio soltanto in due municipi, il I e il II, rispettivamente Centro Storico e Parioli, mentre altrove ovunque ha sfondato la Raggi, dai quartieri semicentrali fino (soprattutto) alle periferie più lontane e dimenticate. Pigneto, Ostiense, Tiburtino, Magliana, Prenestino; dappertutto in maggioranza il M5S. Un segno più evidente che mai di come le chiacchiere della sinistra col risvoltino di Matteo Renzi non vengano più ascoltate, di come quella sinistra si sia talmente imborghesita e imbastardita da non essere più in grado di percepire le vere esigenze delle persone. I romani che ogni giorno hanno a che fare con traffico, buche, mancanza di mezzi pubblici, carenza di posti negli asili nido, quei romani dopo i vari Veltroni, Alemanno, Marino hanno preferito fare un salto nel vuoto col M5S piuttosto che andare a rivotare le solite vecchie facce che hanno distrutto la Capitale.

È l’antipolitica che vince sulla politica, e la colpa è soltanto della stessa medesima politica, ormai troppo sudicia e corrotta per poter rinsavire, la quale ha fatto sì che si arrivasse a questo punto. La situazione romana spiega perfettamente tutto il quadro nazionale. Ma è anche la parabola di un uomo, Renzi, che ha creduto di poter fare il bello e il cattivo tempo in virtù di non si sa bene quale missione della quale era stato investito non si sa bene da chi; un uomo la cui arroganza e spocchia lo hanno portato a cadere vittima degli stessi artifici che voleva combattere, a far scappare pian piano tutti quelli che inizialmente erano rimasti entusiasmati dalla sua figura pur non rispecchiandosi pienamente nel PD. La gente si è accorta di tutto questo, e ha votato.