12 febbraio 2012, coste del Kerala. La petroliera battente tricolore italiano Enrica Lexie si imbatte in un peschereccio indiano, il St. Antony. L’equipaggio della petroliera, convinto che a bordo del peschereccio vi siano dei pirati, avvia il protocollo di sicurezza, al termine del quale inizia uno scontro a fuoco dove perdono la vita Ajesh Binki e Gelastie Valentine, due pescatori del St Antony. Il 19 febbraio, dopo aver effettuato l’autopsia sui cadaveri dei due cittadini indiani e aver posto in stato di fermo l’Enrica Lexie, le autorità indiane arrestano i due marò Massimiliano Latorre e Salvatore Girone con l’accusa di omicidio. Si apre l’incidente diplomatico, ed iniziano qui le infinite domande – molte delle quali ancora rimaste senza risposta – legate al caso Marò. Proviamo a fare un poco di chiarezza.

Prima domanda: perché i Marò – che fanno parte della Marina Italiana – si trovavano su un’imbarcazione privata? È una questione importante. Forse la più importante della vicenda. Secondo un’intesa  firmata l’11 Ottobre del 2011 tra il Ministero della Difesa e Confitarma (Confederazione Italiana Armatori), esiste la possibilità per i privati di accogliere a bordo delle proprie imbarcazioni dei Nuclei Armati di Protezione (NMP). Questi NMP –costituiti da fucilieri di Marina – erano inizialmente gli unici corpi armati ad essere ammessi sulle imbarcazioni a difesa dalla pirateria; tuttavia, in seguito al pasticciaccio dell’Enrica Lexie, l’intesa di cui sopra è stata modificata, così da ammettere a bordo anche delle guardie giurate. Esse devono però aver frequentato dei corsi di formazione, e, cosa più importante, sono ammesse solo ed esclusivamente qualora la Marina non potesse assicurare la disponibilità di personale. In entrambi i casi gli uomini armati devono essere pagati dal privato armatore. Il problema iniziale è dunque legato alla legislazione italiana che, anche attraverso la legge N. 310 del 2 agosto 2011 (QUI IL TESTO) , ha contribuito a creare una sorta di unicum giuridico collocato in un ambito fumoso del diritto internazionale.

Seconda domanda: a quale Stato appartiene il diritto di processare Latorre e Girone? Risposta: teoricamente all’Italia, ma forse no. Il diritto internazionale sancisce che qualora l’avvenimento fosse avvenuto in acque internazionali , spetterebbe all’Italia il diritto di imporre la propria giurisdizione. Ciò è vero in quanto la Enrica Lexie batteva bandiera italiana. Tuttavia Nuova Delhi sostiene che la sparatoria sia avvenuta all’interno delle acque territoriali indiane, nelle quali la giurisdizione appartiene all’India (peraltro le intese tra Ministero della Difesa e Confitarma di cui sopra valgono solamente all’interno delle acque internazionali). C’è poi un altro elemento in gioco: durante lo svolgimento delle proprie mansioni, i militari non sono punibili personalmente, ma è lo Stato di appartenenza a rispondere delle loro azioni. Questo principio basilare di diritto internazionale (che, ad esempio, evita ai soldati in azione di dover rispondere di omicidio nei tribunali)- la cosiddetta immunità funzionale – viene spesso rilanciato da chi sostiene che la giurisdizione nel caso specifico sia italiana. L’analisi è effettivamente convincente, ad eccezione di un elemento: questa norma sarebbe applicabile qualora i Marò, al momento della sparatoria, stessero prendendo parte a ruoli istituzionali. Tuttavia la legge che permetteva la presenza dei Marò a bordo di un’imbarcazione civile parla di azioni di “antipirateria”. La pirateria viene definita dal trattato ONU di Montego Bay – quello che disciplina il diritto in mare e a cui hanno preso parte tanto l’Italia quanto l’India –come un’attività di violenza che avviene “in alto mare”. Essendo avvenuto l’incidente in acque vicine alle coste del Kerala, l’attacco (qualora esso sia effettivamente avvenuto) sarebbe da definirsi quale “armed robbery at sea”, e cioè “ogni atto di abbordaggio di qualsiasi nave con l’intento di commettere un furto o un altro delitto avendo la capacità di usare la forza nel corso dell’azione”, nei confronti della quale la legislazione italiana non si esprime. Ecco dunque il vuoto di diritto che non consente una risoluzione chiara della vicenda.

Terza domanda: durante la prigionia indiana sono stati rispettati i diritti umani dei due Marò? Non è affatto certo. Nei primi mesi del 2014 si è aperto un dibattito alquanto serrato intorno a questo elemento. Elemento cardine è l’accusa di terrorismo mossa nello scorso febbraio dalle autorità indiane a danno di Girone e Latorre. ONU, Unione Europea e politici italiani non hanno tardato a definire all’unanimità come “inaccettabile” una simile presa di posizione da parte dell’India. L’accusa, successivamente modificata e poi definitivamente crollata, aveva assunto pieghe inquietanti sotto due aspetti: in prima istanza andava a definire l’Italia come un Paese terrorista, nonostante essa abbia preso parte alle Nazioni Unite e all’Unione Europea; in seconda istanza, in accordo con la legislazione indiana, i due Marò sarebbero potuti andare incontro alla pena di morte qualora fossero stati effettivamente accusati di terrorismo. Va ricordato inoltre come il caso dei due Marò sia stato presentato durante lo scorso febbraio all’attenzione dell’Alto Commissario per i Diritti Umani dell’ONU. “I due fucilieri della Marina sono detenuti ormai da troppo tempo senza un’accusa formale nei loro confronti- ha fatto sapere l’Alto Commissario Pillay dopo un incontro con il sottosegretario degli esteri Benedetto Della Vedova tenutosi lo scorso 3 marzo- forse l’India ha violato alcuni diritti fondamentali”, ha poi aggiunto lo stesso Pillay.
Ad oggi non vi è dunque una risposta ufficiale a questa domanda, ma il sospetto che la detenzione – che ormai dura da più di due anni e mezzo – si sia protratta troppo a lungo in assenza di un capo d’accusa formale è più che fondata. L’affaire Enrica Lexie rimane dunque materia complessa: da una parte la superficialità del legislatore italiano che, nonostante i ripetuti appelli delle Nazioni Unite, non si è occupato della cosiddetta “armed robbery at sea”, dall’altra il Governo indiano, che, se ha formulato accuse sproporzionate, ma ha quantomeno tentato di difendere la propria sovranità. E ancora: da una parte la nostra politica, capace solo di formulare appelli e minacce ma poi incapace di passare all’atto concreto, dall’altra la presunta violazione di diritti fondamentali a danno dei Marò. Ed infinrn mezzo – tra una tifoseria da bar e l’altra, tra innocentisti e colpevolisti, tra “indianisti” ed “italianisti” – il futuro di due militari italiani che rimangono nelle mani di Nuova Delhi.