Insomma ci risiamo? La recentissima approvazione dell’Italicum (che prevedendo un premio del 55% dei seggi alla lista che superi il 40% al primo o al secondo turno favorisce le grandi formazioni ed elimina le coalizioni) fa tornare necessario il vecchio progetto del ‘partito unico del centrodestra’. E chi è che lo rilancia, sventolando ‘i ritagli’ (come faceva Er Pomata in ‘Febbre da cavallo’), visto che è letteralmente una vita che lui lo va dicendo? Silvio Berlusconi, off course.

Incandidabile, più impegnato a trattare con i cinesi o i thailandesi per il Milan e lo squalo Murdoch per il futuro di Mediaset che a pensare alla politica, perennemente in affanno tra una procura e l’altra, a 78 anni detta ancora i tempi all’area non progressista. E li detta perché, questo va detto per inciso, i suoi diretti competitor del campo di riferimento, non si dimostrano ancora ‘grandi’. O troppo ripiegati su sé stessi e su vecchi temi, su aree politiche che sono un residuo di un residuo (Meloni e Fdi-An con il suo simbolo che è un’inguardabile matrioska) o semplicemente politicamente insignificanti (Alfano) oppure abili incendiari che poi quando hanno bruciato l’ultimo albero non sanno più che fare (Salvini con i suoi difficili -in tempi di mondializzazione accelerata- progetti di uscita dall’Ue e dall’Euro), sono simili a bambini che giocano a fare la guerra in cortile fino a quando la mamma/Silvio non li richiama per dirgli di rientrare in casa perché è tardi.

Sembra questo l’ennesimo caso. Come il nietzschiano grande meriggio che non vuol saperne di tramontare Berlusconi sta lì, depotenziato, azzoppato, consapevole che non tornerà mai più a ricoprire la carica di Primo ministro, e però continua ad avere l’asso che può sparigliare tutto, che può rinnescare una dinamica che possa incrinare la stolida prospettiva di un prossimo ventennio renziano. Prova ne è che comunque tutti aspettano le sue mosse per muoversi, leggendo le veline dei comunicati di Salvini o della Meloni, giusto per fare qualcosa.

Questa fotografia dell’attuale scenario, non è una prova della forza di Berlusconi e né un grido di speranza in un suo ennesimo ritorno salvifico. E’ una disanima impietosa di mondo che si vorrebbe alternativo a Renzi e che invece sta semplicemente a pezzi. Impegnato a fare la voce grossa in un’opposizione querula e senza sbocchi attende la voce di uno concentrato più in altre cose che non alla politica per mettersi in riga e proporre un Partito Repubblicano (sic!) di stampo americano.

Quello che sarebbe davvero entusiasmante potrebbe essere invece una piattaforma trasversale che abbandoni sul serio la dicotomia ottocentesca destra/sinistra e che lasci da parte il carrozzone dei trombati della destra berlusconiana per abbracciare la difesa dei non tutelati, dei lavoratori autoctoni, degli artigiani, delle pmi, delle partite i.v.a. contro la speculazione finanziaria, i parassiti, i professionisti dell’assistenzialismo, della burocrazia e del parastatalismo, in un’ottica continentale. Se l’azienda del signor Rossi dura due giorni di più di quella del signor Schmidt prima di esser rilevata da mister Wang non mi sembra un gran risultato. Questa potrebbe essere un’opzione teoricamente maggioritaria poiché radicale e al contempo sensata, quindi rassicurante per il ceto medio che non è composto solo da presunti pavidi solo perché non passano la giornata a fare esibizionismo su facebook. Altrimenti l’ex sindaco di Firenze rimarrà lì dov’è per un bel pezzo e le proteste di piazza non lo faranno neanche arrivare tardi agli appuntamenti. Già, retorica di rottamazione a parte, lui l’auto blu ce l’ha per statuto…