La premessa è d’obbligo: un approccio puramente matematico di fronte ad un fenomeno come quello dei suicidi economici è impossibile oltre che inopportuno. Impossibile, perché bisogna considerare l’estrema mutevolezza dei dati, sia quantitativi che qualitativi, in un contesto così scivoloso. Inopportuno, perché un fenomeno così complesso non merita di finire appiattito in una mera sfilata di numeri. Lo studio del fenomeno permette il ricorso a due diversi tipi di fonti: la fonte sanitaria, riferente ai certificati di morte; la fonte giudiziaria, costituita dai documenti delle forze dell’ordine e dell’autorità giudiziaria. Le difficoltà di attendibilità hanno spinto l’Istat a basare le proprie indagini esclusivamente sulla prima fonte e, quindi, a cancellare lo spazio dedicato alle cause, materia di competenza della fonte giudiziaria. Il monitoraggio dei dati è proseguito grazie al Laboratorio di Ricerca Socio-Economia dell’Università degli studi Link Campus University, sottoposto, c’è da dire, a criteri di rilevazione meno stringenti rispetto a quelli imposti all’Istituto di ricerca. Dal lavoro dei ricercatori di Link Lab, emerge un aumento progressivo dei suicidi per ragioni economiche nel nostro paese: erano 89 nel 2012, sono passati a 149 nel 2013 ed hanno superato quota 200 nel 2014. Ancora più allarmante il dato parziale sul 2015 con 121 suicidi nel solo primo semestre. Quasi raddoppiati, quindi, rispetto al 2012 quando, nello stesso arco temporale che va da Gennaio a Giugno, erano stati 64.

I dati forniti da LINK LAB

Significativa anche l’analisi per aree regionali con il triste primato che spetta al Veneto, sede di un tessuto industriale di piccola e media impresa a forte radicamento territoriale. Segue la Campania, la terra con la più alta percentuale di disoccupazione di lunga durata. La maglia nera a queste due regioni non appare casuale visto che a togliersi la vita per ragioni economiche sono soprattutto imprenditori (45%) e disoccupati (42%). La crisi, dunque, ha condotto ad un livellamento sociale verso il basso, determinato cioè da un impoverimento generalizzato anziché da un miglioramento nella condizione delle fasce più deboli. Non si spiegherebbe, altrimenti, perché questo fenomeno sia particolarmente accentuato proprio nella locomotiva d’Italia, protagonista del miracolo del Nord-Est. La situazione, secondo i dati forniti da Link Lab, sarebbe drammatica: il 23,1 % dei suicidi per ragioni economiche avvenuti in Italia nel primo semestre del 2015 ha riguardato il Veneto. Una percentuale decisamente superiore rispetto a quella del resto d’Italia e, di conseguenza, indicativa di un disagio specifico vissuto in questa regione e legato inevitabilmente alla crisi scoppiata nel 2008. Ponendo la lente di ingrandimento sulla storia economica regionale, balza subito agli occhi il repentino passaggio da terra poverissima di migranti a locomotiva d’Italia realizzatosi alla fine degli anni ’60 grazie alla straordinaria laboriosità delle piccole e medie imprese locali. E di miracolo economico si può parlare proprio in virtù della condizione di arretratezza da cui partirono quelli che, un tempo non troppo lontano, venivano definiti i “terroni del nord”.

Per questo la recessione fa ancora più paura fra questi imprenditori appartenenti ad una generazione che ha conosciuto il benessere degli ultimi decenni ma non ha dimenticato i racconti dei nonni sulla fame più nera. Nelle statistiche sul Veneto, dunque, potrebbe incidere una componente psicologica: perdere ciò che si è costruito con tanta fatica dal nulla diventa causa di un dolore insostenibile che porta al suicidio. L’aumento del numero di imprenditori che si sono tolti la vita in Italia negli ultimi anni ha spinto personalità pubbliche, come ad esempio il filosofo Gianni Vattimo, ad utilizzare la definizione di “suicidi di Stato” per denunciare le responsabilità di un sistema fiscale oppressivo con le imprese ma tollerante di fronte all’insolvenza degli enti pubblici. In quest’ottica, è stata anche criticata la scelta dell’Istat di non ricorrere più alla fonte giudiziaria e, dunque, di non pubblicare più i dati sui decessi per ragione economica. Thomas Mackinson su “Il Fatto Quotidiano” arriva ad ipotizzare che dietro la mossa dell’istituto di ricerca, la cui direzione è a nomina governativa, ci potrebbe essere la volontà di non macchiare con numeri così preoccupanti la narrazione ottimistica dell’esecutivo sulla ripresa dell’economia italiana. In realtà, occorre ricordare che la decisione  risale al 2012 quando a Palazzo Chigi c’era ancora Monti e bisogna, inoltre, riconoscere  che finora l’Istat ha dimostrato in più occasioni di non farsi troppi scrupoli a smentire lo storytelling renziano sulla situazione economica del Belpaese.