L’economia Italiana combatte una “guerra di resistenza” contro la concorrenza straniera su più fronti. Dalla questione Xylella, passando per la contraffazione del marchio Made in Italy, è un conflitto alimentato dalle aziende euro-cinesi, ma anche dalla mancanza di affidabilità e controllo delle istituzioni.

Rocco Antonio Burdo, direttore dell’intelligence antifrode dell’agenzia delle dogane, afferma che i controlli sulla produzione olearia si sono fermati al 2009, a causa di due fattori. In primo luogo, non è stata più convocata una riunione del comitato di coordinamento presso il dicastero, per cui le attività si sono interrotte. In secondo luogo, l’introduzione di una nuova legge sui controlli ha imposto agli agenti di dogana il limite di controllo fissato a tre giorni, scadenza improponibile e impossibile da rispettare, considerata la gran quantità di merce da sottoporre al vaglio. E’ una strana coincidenza il fatto che più fattori istituzionali abbiano ostacolato le indagini anti-frode, le quali avevano condotto lo stesso direttore a rilevanti risultati investigativi in alcune società di miscelazione. Sulla base dei dati raccolti, Burdo ha stilato una relazione, che avrebbe poi consegnato alla Commissione parlamentare di inchiesta sulla contraffazione e allo stesso dicastero guidato da Maurizio Martina. Il documento riportava che alcune miscele d’olio ispezionate contenevano solo il 16% di olive italiane, giungendo a ottenere il marchio Made in Italy attraverso l’utilizzo di un cartello italo-spagnolo. Le indagini di Burdo hanno avuto inizio proprio nel 2009, quando egli riuscì a rilevare le prime ambiguità nelle relazioni economiche fra aziende italiane e spagnole, riscontrando una conseguente anomalia qualitativa nei prodotti di presunta fattura italiana. L’agenzia della dogana si è occupata di consegnare il riepilogo delle analisi al Ministero delle politiche agricole, il quale ha poi sollevato delle polemiche interrompendo/impedendo misteriosamente qualsiasi forma di controllo plurilaterale della merce esaminata. Gli unici “sforzi” elargiti sono state le segnalazioni e i controlli mirati alle strutture doganali, dando dunque l’impressione che la voce e il duro lavoro dell’amministrazione di Burdo peccassero di autorevolezza o responsabilità.

Sebbene, successivamente, il coordinamento anti-frode abbia avuto cura di stilare e inviare altri due report al Ministero (2010 e 2012), le indagini sono cadute nel “dimenticatoio”. Il direttore di dogana afferma che queste ultime si sono interrotte per contrasti di opinione con il Ministero in merito alle strategie di azione. Solitamente, vi è una collaborazione sinergica tra le istituzioni politiche e gli organi preposti al controllo, i quali rivestono il ruolo chiave per fornire i dettagli delle analisi alla Polizia e alla Guardia di Finanza. La reazione di protesta di numerose aziende è stata immediata, per cui il Ministero ha provveduto alla loro rassicurazione, nonché alla loro salvaguardia da determinate azioni di controllo, procedendo alla spedizione della merce prodotta quando ancora le analisi erano in corso, con il risultato che i circa 30 sequestri previsti non siano mai avvenuti. Una procedura, questa, figlia della filosofia liberista, la quale avvantaggia l’estremismo nella circolazione di prodotti, penalizzandone, invece, la qualità.

Questa mentalità è meschinamente favorita dall’attuale legislazione in materia. Burdo si riferisce in particolare a una legge proposta da Roberta Oliaro, che ha impedito all’Agenzia doganale di attuare serie verifiche di laboratorio, dal momento che, come affermato precedentemente, il limite di analisi è fissato a tre giorni, una quantità di tempo insufficiente alla determinazione della qualità extravergine dell’olio, nel caso della produzione olearia. L’ironia della sorte vuole che, sempre secondo la presente legge, il direttore doganale venga sanzionato qualora ritardi il compimento delle analisi oltre le 72 ore, come se i funzionari accorti e ligi al proprio compito, dovessero essere penalizzati, poiché d’intralcio ai sotterfugi nei controlli. Infatti, per la genialità di un simile provvedimento, nessun operatore dell’Agenzia si sognerebbe di aguzzare troppo la vista su eventuali processi anomali di produzione e contraffazione.

Si tratta dell’ennesimo caso di “illegalità legalizzata” che contraddistingue questo Paese, uno stato nel quale, coloro che indagano a fondo, vengono ostacolati con machiavellici stratagemmi, mentre la furbizia è resa somma maestra di vita. Un atteggiamento che denota una forte demenza in termini di coscienza civile, dal momento che l’agevolazione di tali pratiche evasive comporta esclusivamente un danno irreparabile per l’economia italiana (e il Made in Italy), già invalidata dai continui attacchi ai pilastri del settore agricolo e industriale, sottoposto a durissime leggi di concorrenza create ad hoc per favorire i mercati dell’Europa centro-settentrionale, in particolare quello tedesco.

Giunti a questo punto, forse dovremmo iniziare a pensare che in Italia esista un unico marchio di produzione, il “Made in globalization”.