Una spirale di episodi inquietanti, verificatisi negli ultimi anni, testimonia il perenne stato di malattia nel quale versa la società italiana, priva di una concezione di bene comune, ma ricolma di sfrenato individualismo. L’intreccio di avvenimenti inerenti a Mafia Capitale, le dimissioni, gli arresti, la corruzione dilagante fra le amministrazioni comunali fungono da sfondo e cornice a un quadro abbastanza drammatico, un’ “opera d’arte” negativa che ritrae la decadenza politica dello stivale. Ebbene, l’ultimo tocco artistico di questa escalation di malaffare è rappresentata dallo scandalo che ha in questi giorni coinvolto le Ferrovie del Sud Est, una società pugliese a direzione statale che mediamente incassa 150 milioni di euro all’anno e che, allo stato attuale, ha circa 311 milioni di debiti.

Davanti alle evidenti ambiguità che contraddistinguevano l’organizzazione dell’ente ferroviario, il Ministero ha nominato Andrea Viero in qualità di nuovo presidente, al fine di ristabilire l’ordine nell’amministrazione. Ebbene, il neo-incaricato deve aver sudato freddo dinanzi ai dati e al bilancio finanziario e lavorativo dell’azienda, spingendolo a un inevitabile commissariamento: alle 1400 cause di lavoro su 1393 dipendenti effettivi, si aggiungono le speculazioni della dirigenza amministrativa. Dalla relazione scritta dallo stesso Viero risulta, infatti, che Luigi Fiorillo, ex amministratore unico, abbia percepito circa 48 mila euro all’anno, in un periodo che intercorre tra il 2006 e il 2012, raggiungendo i 240 mila euro. Il guadagno effettivo, tuttavia, sarebbe ammontato a circa 13 milioni e 750 mila euro, per ciascuno di quei 12 anni. Ciò è stato possibile in virtù dell’ auto-attribuzione di pseudo-incarichi, (se ne annoverano circa 12), paralleli a quello ordinario da amministratore, con un guadagno di 2 milioni di euro aggiuntivi all’anno (e un totale di circa 7 milioni di euro). Non è possibile omettere parole riguardo alle incredibili strategie di risparmio attuate dallo stesso management FSE, per cui quest’ultimo avrebbe attuato una rinegoziazione delle forniture di gasolio, giungendo a risparmiare 200 mila euro al mese, oltre che evitare la spesa di 1 milione euro all’anno per le polizze assicurative. I risultati della cattiva gestione si intravedono nell’evasione tariffaria quanto nella pessima condizione dei servizi (treni con un’età media oltre i vent’anni e nuovi mezzi mai utilizzati).

Si tratta di una vera e propria politica di spreco pubblico e avidità manageriale, la quale ha letteralmente danneggiato la mobilità nella Regione, oltre che gli stessi dipendenti: frequenti i casi di lavoratori i quali percepivano lo stipendio con grave ritardo, come di una certa assurdità si è rivelata la mancanza di linee di trasporto fra centri importanti quali Lecce e Taranto. Si temono anche licenziamenti di massa, considerato lo stato di indebitamento della società.

E’ un episodio che racconta un’Italia tesa a non rinunciare alla propria natura controversa: un contesto nel quale lo stesso Meridione rivela le proprie contraddizioni e permette, a forze politiche quali la Lega Nord, di individuare i punti deboli del Sud, legittimandone i propri piani d’impoverimento economico. Lo stesso governo prenderà atto degli illeciti commessi in Puglia, ritenendo la Regione incapace di gestire determinate situazioni, prendendo magari in considerazione l’ipotesi di privatizzazione dell’intero settore dei trasporti, sulla base dell’ “inefficienza dell’amministrazione statale”.

Dinanzi a fatti di tale portata, non si può non asserire che l’Italia necessiti di una rivoluzione culturale prima che politica, dal momento che, se consideriamo altri Paesi, la trasformazione etica e civile del cittadino italiano si è rivelata pressoché inesistente: la responsabilità e colpa di tale deficit non è totalmente attribuibile alla corruzione del singolo, bensì al pesante retaggio storico che ha caratterizzato la formazione (o meno) di una coscienza popolare e nazionale.