Chi riesce a dire con venti parole ciò che può essere detto in dieci, è capace pure di tutte le altre cattiverie”. Secondo Giosuè Carducci, è impossibile che l’oratoria possa avere riscontri concreti. Per giunta, il poeta italiano diffidava dall’accogliere in buona fede le dialettiche forbite, indicandole persino come conseguenza di nefaste iatture. Di certo c’è che le fandonie stiano a zero e che il pragmatico debba almeno coincidere con l’esposizione argomentata dei presupposti, oppure che addirittura la superi. Peccato però che la partitocrazia nostrana – la più alta cristallizzazione della retorica -, al netto delle raccomandazioni del letterato toscano, abbia sterzato verso un’altra direzione. Fangosa e stagnante. Cialtrona e sesquipedale. Negligente e sovrastrutturale. Un apparato non intento a sbrogliare i nodi scorsoi al collo di una collettività deperita di occupazioni e di sussistenza e defraudata di identità nazionale e di sovranità assoluta. Incentivato piuttosto a circuire il prossimo con risuonanti sermoni ed ars dictandi da soloni, grazie soprattutto all’ignavia diffusa della società civile, imborghesitasi nel corso degli anni ed ossidatasi nella pilotata consapevolezza che le circostanze non varieranno. Forse però la scadenza sta incalzando, le castronerie ad orologeria per l’accattonaggio elettorale non sortiranno effetti a lungo termine, né nel breve periodo. Perché il ridicolo ha un limite. Perché la decenza richiede accortezza. Perché tra le ceneri l’araba fenice del malcontento popolare si sta lentamente rivitalizzando.

Ergo, difficile che Matteo Renzi possa perpetuare questa strategia della persuasione ancora per molto. Le sue copiose chiacchiere al congresso del Partito Democratico di domenica scorsa sono indice di un’instabilità che dalla base comincia a denotare crepe nella tattica dell’ex sindaco di Firenze. In principio, ribadire che i consensi proseguano a navigare col vento in poppa verso quel 40% raggiunto alle ultime europee, è sintomatico di un’incertezza sulle potenzialità future di intercettare preferenze con un lauto margine di vantaggio sul resto dell’offerta politica. È una diplomaticamente velata presa di coscienza dell’inquietante inoperosità sui contenuti, non auspicata dagli opinionisti al soldo dei colletti bianchi e dei burocrati capitolini, bensì annunciata dal buon senso di alcune voci lontane dai giochi di potere. Successivamente, appare denso di sfumature ombrose il monito per redarguire le recenti preoccupazioni di Silvio Berlusconi. Il padre putativo di Forza Italia, invece di applicarsi sull’attuazione del Patto del Nazareno, viene accusato da Renzi di aver smarrito la via tracciata reciprocamente nell’ormai lontano gennaio 2014, perché ispirato a reperire curricula adatti ad insediarsi al Quirinale per succedere a Giorgio Napolitano.

Quel “Sì, Berlusconi sta al tavolo ma non dà più le carte” spalanca due diramazioni. La prima è in virtù della falsità della sua (effimera) convinzione di facciata, in quanto Silvio persevera a dettare i tempi, le modalità e gli sviluppi dell’accordo; altrimenti, dall’alto della sua politicante esperienza, non avrebbe mai accettato di accomodarsi al tavolo di una trattativa formalmente istituzionale, ma celatamente mediatica ed affaristica. La seconda evidenzia che Renzi si sia autonomamente smontato: ammesso pure che da qui in avanti Berlusconi non imponesse il suo volere, significherebbe che prima d’ora l’intera pattuizione fosse orientata a tutelare giuridicamente e politicamente gli interessi di Mister B., non garantendo agli italiani la certezza di un parlamento e un governo certi ed operativi sin dal post-urne, in sintesi alla fantomatica legge elettorale che sembrerebbe vedrà la luce entro il prossimo bimestre (bah!). Se non vi foste ancora stancati, “#statesereni”: il 2018 è molto lontano.