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Il 12 settembre 1923, alla vigilia della fondazione dell’Unità, Antonio Gramsci scriveva:


«Il giornale non dovrà avere alcuna indicazione di partito. Dovrà essere un giornale di sinistra. Io propongo come titolo l’Unità puro e semplice che sarà un significato per gli operai e avrà un significato più generale»

Che cosa rimane, oggi, di quell’Unità, che si definiva «quotidiano degli operai e dei contadini»? Nulla, a parte il nome. La società proprietaria ha annunciato licenziamenti in blocco per far fronte alla crisi e al crollo delle vendite. Il direttore Sergio Staino se ne è lamentato col PD e con Renzi, accusati di non essere intervenuti per evitarlo. La situazione attuale del giornale è la diretta conseguenza della dissoluzione della sinistra e delle scelte dei suoi dirigenti. Lamentarsi ora, a questo punto, pare un po’ tardivo. Innanzitutto, perché dolersi proprio ora per i licenziamenti? Non sono, essi, come si è predicato negli ultimi decenni dalle colonne di quel giornale, una normale prassi del “libero” mercato che la politica non può impedire e a cui può soltanto adeguarsi?

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L’Unità di Gramsci: quotidiano degli operai e dei contadini

La sinistra italiana, di cui l’Unità è stata a lungo uno degli organi di stampa di riferimento, ha abbracciato le teorie neoliberali della cosiddetta “Terza Via” dei Clinton e dei Blair, che avrebbe dovuto essere una sorta di compromesso tra liberalismo e socialismo, e che in verità si è rivelata decisamente sbilanciata a vantaggio del primo. In base a queste teorie, un alto livello di protezione dei lavoratori sarebbe inefficiente per l’economia. Pertanto, bisognava liberalizzare, introducendo dosi sempre più massicce di “flessibilità” (ovvero di precarietà) contro le “rigidità” dello Stato sociale fino ad allora esistente in Italia. In altre parole, i dirigenti politici, insieme a quelli sindacali, ci hanno spiegato per anni che rendere più semplici i licenziamenti sarebbe servito ad aumentare l’occupazione. Ciò, non è solo controintuitivo, è anche sbagliato, come ormai dimostrano quasi tutti gli studi in merito. Ma all’epoca le fanfare del liberalismo annunciavano lavoro e benessere per tutti grazie alle liberalizzazioni, e terribili tragedie nella malaugurata ipotesi che si fosse voluto fermare il “progresso”. L’unica attenuazione concessa era una sorta di “carità di stato”, i cosiddetti “ammortizzatori”, in sostanza dei sussidi, i quali avrebbero dovuto limitare i danni che la loro falsa coscienza già presentiva.

Le penne dell’Unità hanno contribuito a diffondere questa narrazione, accusando i pochi oppositori di essere superati dalla storia, di restare aggrappati al passato. A questi venivano imputate le prime avvisaglie della crisi della sinistra e l’affermazione di Berlusconi, non capendo, invece, che sarebbero stati proprio la conversione al liberalismo e il ripudio delle lotte dei lavoratori a condurre la sinistra a un vero e proprio suicidio. La lezione non è servita. Ignorando le “dure repliche della storia”, il PD non solo proseguì nell’abbandono della tradizione lavorista ufficializzato con la “svolta” del ’91, ma accelerò la trasformazione neoliberale ripudiando anche ciò che restava della simbologia. È inutile cercare di mascherare i fallimenti con i sondaggi. Il PD è nato con una sconfitta (quella di Veltroni contro Berlusconi nel 2008) e non è mai riuscito a fermare l’emorragia di consensi, come si potrà riscontrare facilmente guardando i dati dei voti assoluti alle elezioni. La cosmetica pubblicitaria di Renzi non è riuscita a invertire la tendenza, perché ha modificato soltanto la superficie comunicativa, ma ha riconfermato il nucleo liberista del PD. Il Jobs Act ne è stato l’esemplificazione: una parola inglese che tentava di rendere seducente la solita ossessione per la flessibilità. L’Unità ha seguito fedelmente tutto questo percorso e ha difeso la distruzione dello Statuto dei lavoratori e la legge sul lavoro del governo precedente. Dov’era, Staino, quando i lavoratori italiani scontavano sulla loro pelle gli effetti di decenni di politiche liberiste di cui il Jobs Act è stato solo l’ultimo atto, e che sono da imputare oltre che a dirigenti e militanti politici anche ai loro megafoni mediatici?

Il Professore Alberto Bagnai sul tradimento della sinistra
Il direttore del quotidiano che fu (e non è più) di Antonio Gramsci, ha chiesto l’intervento del Partito Democratico. Ma, anche in questo caso, non si può fare a meno di notare una stridente contraddizione. Il giornale, infatti, è già stato “liquidato” e venduto a investitori privati che mirano quindi a garantirsi margini di profitto. Il Pd partecipa solo come socio di minoranza, ed è pertanto di fatto estromesso dalle decisioni aziendali. Si tratta di un giornale “di partito” che però dipende da azionisti privati. Esso ha dovuto portare avanti una “linea”, senza però poter ottenere alcun tipo di protezione reale dal partito. Tanto valeva, a questo punto, cambiare nome e fare un altro giornale, magari svincolato del tutto dal PD, lasciando finalmente Gramsci, con il quale non hanno nulla a che spartire, riposare in pace.
Non c’è un problema, come dicono molti, dei fondi pubblici di cui l’Unità, assieme a molte altre testate, usufruisce. Il finanziamento pubblico ai giornali è utile, oltre che a sostenere posti di lavoro, a poter garantire un minimo di pluralità, come è avvenuto in Italia per molti anni, e non lasciare che la stampa sia del tutto nelle mani di un ristretto oligopolio. Piuttosto, bisogna segnalare una continua e progressiva disaffezione dei lettori a questo quotidiano – come del resto anche a tutti quanti gli altri – che non può essere spiegata soltanto con la diffusione delle notizie su internet. L’Unità ha seguito i dirigenti politici del PDS-DS-PD nel loro tracollo, è dunque logico che condivida le sorti di quella sinistra che ha perduto quella che Gramsci chiamerebbe «connessione sentimentale» con il proprio popolo.

Invece di indurre a cambiare continuamente formato, grafica, inventare soluzioni estemporanee che potrebbero solo allungare l’agonia, o ideare qualche campagna pubblicitaria, la crisi dell’Unità, che ormai è crollata a 6 mila copie vendute, dovrebbe interrogare tutta quanta la sinistra italiana postmoderna, incapace di creare consenso, di affascinare e interessare, perché priva di un progetto di società che non sia la stanca riproposizione della vulgata neoliberale, magari un po’ riverniciata dal marketing pubblicitario.