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Le scuole superiori sono un ottimo laboratorio sociale in vista del gran carosello della vita adulta: situazioni, tipi umani, vizi e virtù vengono concentrati in spazi e anni angusti, quasi a preparare inconsciamente i malcapitati alunni alle bizzarrie dell’esistenza. A distanza di anni qualcuno conferma i cliché diffusisi tra i banchi, altri smentiscono clamorosamente le previsioni; la maggioranza, più semplicemente, annega nella banalità e scompare.

Nel mare magnum del divenire sarebbe giocoforza scomparso anche Luigi Di Maio. Nato ai bordi dell’intervento straordinario nel Mezzogiorno a Pomigliano d’Arco, il nostro vivacchia in una famiglia normale animata dal sacro fuoco della fiamma missina, scintilla ardente nel cor paterno. Diploma classico preso più per obbligo sociale che per voglia, stravaccata esperienza universitaria tra la Facoltà di Ingegneria e quella di Giurisprudenza, scarsa applicazione e ancor più deprimente prodotto accademico, Luigi detto Giggino attraversa il cursus honorum del vitellone-massa segnalandosi più per le scalcinate esperienze da rappresentante studentesco (con tutti gli annessi e i connessi di questa mala genia dantesca poltrona e poltronata) che per meriti d’ingegno.

Nascita di un leader

Una stasi, quella da fuoricorso, che deve finire. Come nei peggiori film d’importazione, Luigi è un antieroe in crisi, senza arte né parte. Con un po’ d’immaginazione immaginiamo un bar di periferia, a metà tra la bettola di Boe Szyslak e il dopolavoro dell’Alfa Romeo. Il nostro protagonista entra immalinconito, si fa largo tra i Barney ubriachi di sole e peroni, siede al tavolino, ordina un chinotto, disperato è pronto ad annegare nell’ebbrezza scura della bibita. Con la testa tra le mani, non vede altro che il buio del nulla: un vecchio Mivar ronza le solite banalità del pomeriggio televisivo. Nel silenzio rovinato, all’improvviso una rivelazione per Giggino! La figura marmorea, il volto tagliente, la mistica barba da anacoreta: l’accento ligure da Gabibbo che promette sublimi ascesi ed Eden terrestri.

Luigi s’alza, quasi commosso, ed esce verso la sua nuova vita. E’ il 2007. L’iscrizione al neonato Movimento Cinque Stelle è una formalità. Con l’entusiasmo dei primi Cristiani fonda un meetup a Pomigliano; tre anni dopo, allorché occorre rinnovare la giunta comunale, Di Maio s’offre gioiosamente per la sua comunità. L’entusiasmo non gli fa sentire né fatica né coscienza: la visita pastorale del profeta del vaffanculo premia gli sforzi e colma i cuori. Negli occhi di Gigi s’è schiusa una luce.

Raccoglie la bellezza di 59 voti. A posteriori, la debacle è un gesto della Provvidenza: nell’inverno del 2012 può partecipare da sconfitto alle “parlamentarie” del Movimento, prossimo a debuttare alle Politiche del febbraio successivo.189 preferenze premiano il nostro: con una perfomance che, sommata, non sarebbe bastata nemmeno a divenire segretario nella sezione più scalcinata di un partito della Prima Repubblica, Luigi di Maio è presentato in lista e poi eletto alla Camera dei Deputati. A soli 26 anni, giovanissimo, diviene addirittura vicepresidente dell’Assemblea. Orgogliosamente ricorda:

Mi alzai e andai a parlare agli altri. Dissi semplicemente: “Non chiamerò mai più i deputati onorevoli. E fui eletto subito”.

Viso pulito, completi da outlet che però nel milieu 5 stelle lo fanno assurgere a Lord Brummell, Luigi riesce a conquistare nel silenzio la leadership dell’immensa marea grillina. Gli altri urlano, sbraitano, fanno teatro nel senso più becero e volgare, inanellano una gaffe dietro l’altra; lui no. Subito prima delle elezioni era stato intervistato da Avvenire, inaugurando una fine strategia comunicativa che lestamente lo dipinge come il moderato di buonsenso, la faccia pulita del Movimento che sa stare a tavola e conosce gli elementi minimi del bon-ton istituzionale. La carica di vicepresidente gli dà un tono e un ruolo: lontano dagli strali della polemica contingente, Giggino lavora nell’ombra e al caldo dell’emolumento, gira il Mondo e si configura come leader naturale della marea pentastellata.

Di fronte ai temi più conflittuali del Movimento, Di Maio glissa come se fosse un democristiano d’antan, preferendo alle piazze infuocate i salotti buoni della finanza internazionale, visitando gli Stati Uniti per assicurare a chi tiene il guinzaglio d’Italia fedeltà eterna. Le battaglie del mondo grillino sono piegate ai suoi bisogni tattici, senza mai compromettersi fino in fondo. Da euroscettico a amico di Bruxelles il passo è breve se l’obiettivo è Palazzo Chigi.

Come De Gasperi, Napolitano, e Di Pietro, il nuovo che avanza in Italia deve sempre ricevere l'approvazione dello Zio d'America.

Come De Gasperi, Napolitano, e Di Pietro, il nuovo che avanza in Italia deve sempre ricevere l’approvazione dello Zio d’America: nel Belpaese non si muove foglia che Washington non voglia.

Definito da Monti “un raffinato borghese“, Giggino attraversa la peggiore legislatura della storia d’Italia restando in piedi e in disparte, ospite silenzioso di una barcaccia da immondizia, impegnato a curare una immagine di lotta e di governo che illude i disperati e solletica gli istinti più bassi di un corpo elettorale stanco e affamato. A raffiche di congiuntivi intrattiene i soloni dei talk propagandando ricette liberiste e follie reazionarie, confondendo la grammatica e la logica economica, coprendo a colpi d’onestà retorica il nulla della sua persona. La spontaneità è assente. Di Maio è un fantoccio che parla, sghignazza, propaganda, Ciccio Bello indottrinato a misura dell’elettorato. Il suo factotum, Vincenzo Spadafora, tira dall’ombra i fili allacciando contatti e stringendo legami con il sozzo sottobosco che putrescente sopravvive sugli intrallazzi e sulle prebende dei palazzi che contano: tanto all’esterno il prodotto Di Maio appare lindo e pinto, e una pennellata urlata di onestà-cha-cha-cha può all’uopo silenziare i criticoni.

Sintesi finale del decennale Truman Show politico lanciato dalla premiata coppia Casaleggio- Grillo, il vecchio rappresentante fallito di Pomigliano s’appresta a vincere probabilmente le prossime elezioni, avendo già in tasca la formula della Grande Coalizione. Il nuovo che avanza, vecchio di trent’anni d’antipolitica, non potrà allora che sancire col proprio bel faccino e l’aspetto da tontolone piccoloborghese l’asservimento definitivo della Repubblica a colonia del duo franco-tedesco: crollando potremo almeno contentarci di morire da onesti.