L’alzata di scudi di Lega e Movimento 5 Stelle ha riportato all’attenzione mediatica una proposta della Commissione Europea, recentemente approvata dalla Commissione Commercio Internazionale, di concedere alla Tunisia un aumento della quota di export di olio non soggetta a dazi. Si tratta di 70mila tonnellate in due anni, che si andrebbero ad aggiungere alle 56.700 tonnellate annue già previste dall’accordo di associazione Ue-Tunisia.

La proposta, caldeggiata dall’Alto Rappresentante per gli Affari Esteri Mogherini, si inserisce nel piano di lotta globale al terrorismo. In sostanza, è un modo per aiutare l’economia tunisina in difficoltà dopo l’attentato di Sousse, che ha ovviamente provocato un crollo dell’importante settore turistico. Questo nonostante gli aiuti europei all’economia tunisina siano già piuttosto sostanziosi: circa 1 miliardo di euro dal 2011 ad oggi, per sostenere la difficile transizione politica del Paese dopo la cacciata di Ben Ali. Peccato che la proposta arrivi in un momento di notevole difficoltà per i produttori italiani, già colpiti dal caso Xylella e da anni di cattivi raccolti. Le analisi populiste proposte da Salvini a colpi di twit e dai pentastellati a colpi di blog sono, per quanto corrette, tuttavia deficitarie. Non c’è nulla di nuovo nell’attacco che il liberismo europeo, mascherato da terzomondismo, sta portando alla produzione nazionale di olio d’oliva. E’ necessario fare un passo indietro e analizzare il mercato e l’offerta nazionale per capirlo.

L’Italia è il secondo Paese produttore mondiale, il primo consumatore, il secondo esportatore e, soprattutto, il primo importatore. E, in riferimento al caso specifico, la Tunisia è già il primo fornitore extra-europeo del nostro Paese ed il terzo in assoluto dopo Spagna e Grecia. Questo il quadro di riferimento, ora analizziamo il primo tassello, la produzione locale. Quasi l’80% dell’olivicoltura italiana è concentrata nel Meridione. La superficie complessiva interessa circa un milioni di ettari. Il 94% delle imprese è piccolo, non supera i 10 ettari. La stessa polverizzazione dell’offerta interessa il primo livello di trasformazione, quello dei frantoi. Sono più di 5000, per lo più localizzati al Sud.

A questo punto la fase strettamente produttiva è stata fatta, habemus oleum. Ed è qua che entrano in gioco i principali beneficiari della proposta UE, le aziende imbottigliatrici, in buona parte di proprietà delle arcinote multinazionali che stanno accentuando, negli ultimi anni, la concentrazione del settore. Le due principali sono Unilever e la spagnola Sos. Sono loro a fare, in buona sostanza, il prezzo dell’olio all’ingrosso, provocando l’abbandono delle coltivazioni marginali o la loro mancata raccolta, lasciando un margine risicatissimo ai produttori. I vantaggi dell’import senza dazi dalla Tunisia è ovvio: garantisce loro ancora maggior potere contrattuale. Il perché l’olio tunisino costi meno, quando i costi di manodopera nel settore, complessivamente, sono attorno al 60%, pare altrettanto evidente. E’ la grande corsa al ribasso della globalizzazione, quasi sempre a spese dei lavoratori, nihil novum sub sole.

Dovrebbe essere nota ai più anche la campagna di Coldiretti contro l’adulterazione dell’olio Made in Italy, che è il secondo grande problema, dopo l’attacco ai piccoli produttori locali, che l’allentamento dei vincoli d’importazione produce. L’anno scorso il New York Times ci ha sfottuto con una bella striscia a fumetti, dove carabinieri stilizzati annusavano l’olio per capirne la contraffazione. Il meccanismo è semplice. Si importa olio di bassa qualità, magari dall’estero, magari dalla Tunisia, lo si mescola con l’olio italiano, lo si imbottiglia e sull’etichetta ci si mette Made in Italy. Circa il 69% dell’olio d’oliva evo italiano commercializzato in Usa era adulterato. La cosa interessante è che questo procedimento, chiamato perfezionamento attivo, è perfettamente legale se il prodotto viene poi riesportato al di fuori dell’Ue, come appunto negli Usa. Con la proposta recentemente approvata, si crea un vuoto normativo, che permetterebbe alle aziende imbottigliatrici di aggredire il mercato interno, aumentando ulteriormente la pressione su produttori. In più, si abbatte il valore del marchio Made in Italy, che subisce una spoliazione di significato.

Si vede dunque come il provvedimento, per quanto deprecabile, si innesti in realtà su una direttrice già ben delineata, che vede (e vedrà) i piccoli produttori del Sud in perpetua difficoltà, senza che l’Ue offra loro alcuna reale alternativa di riconversione produttiva. Se passiamo all’analisi politica sul piano interno, era chiaro che Salvini ne avrebbe approfittato per difendere un prodotto tipico delle aree dove la Lega è meno radicata (per non dire più odiata). La nuova Lega Nazionale cavalca l’olio come le orecchiette, mantenendosi sul proprio registro nazional-popolare, e alla fine la linea un po’ pagherà. Il Movimento 5 Stelle non ha mai avuto, sia nei vertici che nella base, grande simpatia per la globalizzazione e la grande impresa, per quanto la posizione anti-euro sia diventata man mano marginale, probabilmente a causa della batosta alle Europee. Curioso è l’atteggiamento del PD, che da un lato, in Europa, propone (Mogherini) la mozione e la vota (i due europarlamentari Alessio Mosca e Goffredo Bettini, in Commissione Commercio), dall’altro la rinnega (Nicola Caputo, europarlamentare e membro della Commissione Agricoltura). Alla fine tutto passerà inesorabilmente, come sempre accade in Italia, e a farne le spese saranno, come sempre, i piccoli. Eppure agli italiani puoi toccare tutto tranne il cibo. Ogni sondaggio sull’identità nazionale svela come la tradizione culinaria sia, assieme al patrimonio artistico, il cardine della nostra identità. Renzi è avvisato.