Pochi giorni fa, il Parlamento ha trasformato in legge la tanto discussa materia in merito alla sicurezza pubblica e alla risoluzione delle questioni inerenti al flusso sempre più consistente dei migranti. I decreti approvati prendevano per esteso i seguenti nomi: “Disposizioni urgenti per la tutela della sicurezza delle città” e “Disposizioni urgenti per l’accelerazione dei procedimenti in materia di protezione internazionale, nonché misure per il contrasto dell’immigrazione illegale”. Per quanto concerne il decreto sicurezza, la misura più importante è il “DASPO urbano”. Quest’ultimo prevede la possibilità, per sindaci e prefetti, di multare e stabilire un divieto di accesso ad aree specifiche per tutti coloro che dimostrino condotte ostacolanti l’accessibilità e la fruizione delle zone di trasporto (strade, ferrovie, aereoporti). Si tratta di una disposizione che, da un lato, ostacola l’operato di individui con precedenti di spaccio, (che d’ora in poi non potranno accedere ai locali notturni o sostare intorno a essi), e i parcheggiatori abusivi, che potranno essere sanzionati con multe la cui cifra oscillerà fra i 1000 e i 3500 euro. Finalmente, dunque, un colpo decisivo alle micro-attività della criminalità organizzata.

Dall’altro lato, tuttavia, le parole generiche utilizzate nel decreto sulla sicurezza lasciano intravedere uno scenario inquietante per quanto riguarda i diritti dei manifestanti: si parla di divieto di accesso a zone di trasporto per chi «ponga in essere condotte che limitano la libera accessibilità e fruizione». Non è un caso, infatti, che il DASPO sia stato utilizzato lo scorso 25 marzo per impedire l’arrivo di alcuni manifestanti a Roma, con l’utilizzo del decreto a proprio vantaggio da parte del sindaco. Si può ipotizzare che tali misure possano essere state pensate per fronteggiare le attuali proteste in più luoghi del Paese: dal presidio dei No Tap per arrivare alla Tav in Val di Susa. Se ciò fosse vero, si tratterebbe di un grave tentativo di manomissione politica nei confronti della democrazia e del diritto individuale nell’esprimere il proprio dissenso verso opere pubbliche inutili per l’economia italiana e il benessere dei cittadini, dove il blocco stradale, ferroviario o di altra natura si rivelano strumenti essenziali e pacifici di protesta.

Nei primi due mesi del 2017 i richiedenti asilo nel nostro Paese sono stati 24mila, in aumento del 60% rispetto allo stesso periodo dell'anno scorso.

Nei primi due mesi del 2017 i richiedenti asilo nel nostro Paese sono stati 24mila, in aumento del 60% rispetto allo stesso periodo dell’anno scorso.

Tuttavia, ciò che ha destato maggiori polemiche sono le norme di risoluzione dei problemi relativi al fenomeno dell’immigrazione illegale. È infatti prevista la creazione di 20 CPR (Centri Permanenti per il Rimpatrio) con una capienza di 1600 posti preposti all’espulsione degli immigrati irregolari, la cui cifra si aggirerebbe oltre le 10000 unità. L’obiettivo consiste dunque nel rimpatrio di massa degli stranieri senza permesso di soggiorno: una manovra volta a compensare la mancanza di iniziativa del governo italiano nel contrastare il disordine nella circolazione degli stranieri nel paese. La procedura di espulsione verrà agevolata attraverso un finanziamento annuo di 19 milioni di euro alle strutture addette, mentre il rimpatrio non sarà previsto per gli individui in condizioni di vulnerabilità, ovvero, coloro che versano in particolari condizioni sociali o di salute precaria.

Il secondo punto più importante della riforma consiste nel taglio dei tempi di trattazione delle domande d’asilo, le quali hanno subito uno sferzante aumento del 47% nell’anno 2016, in tutto 123000. Al fine di una maggiore efficienza e controllo, è prevista l’istituzione di 26 sezioni specializzate in materia di immigrazione presso le Corti d’appello e l’assunzione di 256 specialisti nelle commissioni incaricate di esaminare le domande di asilo. Altro elemento chiave del decreto è, infatti, l’accelerazione burocratica nell’approvazione o rigetto delle richieste, per il cui atto viene eliminato il “terzo grado”; ovvero la possibilità per i richiedenti asilo di rivolgersi alla Corte d’Appello qualora la domanda venisse respinta dalla Commissione territoriale e dal giudice. Il “secondo grado” è stato semplificato attraverso l’eliminazione dell’udienza: l’immigrato non sarà più ascoltato dal giudice, ma sarà tenuto a inviare un file video della propria audizione a quest’ultimo per l’esame della Commissione. Dunque, lo straniero non avrà la possibilità di dibattere con l’autorità giudiziaria in merito alla validità del proprio status di rifugiato, ma verrà sottoposto passivamente a un giudizio. Ultimo punto, anch’esso piuttosto controverso, consiste nella promozione (Prefettura, Comuni e Regioni) dell’impiego dei richiedenti asilo in lavori di pubblica utilità, gratuiti e volontari. Un provvedimento che suona come una sorta di sfruttamento della manodopera straniera sotto vesti apparentemente solidali; il rischio è quello di spingere gli immigrati a lavorare presso strutture a gestione caporale e mafiosa, in cui possano tuttavia trovare una remunerazione che lo stato non è in grado di garantire loro.

Una foto della manifestazione di Sinistra Italiana contro il decreto Minniti sull'immigrazione.

Una foto della manifestazione di Sinistra Italiana contro il decreto Minniti sull’immigrazione.

Numerose le proteste del mondo politico. In primis le associazioni quali Arci, Asgi, Libera, Medici Senza Frontiere che hanno protestato davanti a Montecitorio. Fra i partiti, Sinistra Italiana si è dimostrato il più critico sulla questione, attraverso i rimproveri del segretario Nicola Fratoianni: “E’ un decreto pessimo che istituisce il diritto ‘etnico’: solo i richiedenti asilo non avranno diritto all’appello. E’ un colpo all’idea di giustizia nel Paese. Il centrosinistra assume i vizi della destra trattando l’immigrazione come un fenomeno emergenziale e non come un dato strutturale”. Dello stesso avviso è il vicepresidente dell’Arci, Filippo Miraglia. Toni polemici anche dal capogruppo del medesimi partito, Loredana De Petris, che accusa un duro colpo alla libertà di circolazione delle persone e alle garanzie costituzionali. Di tutt’altro avviso alcune componenti di destra quali la Lega, la quale è aprioristicamente schierata verso ogni forma di politica che contrasti l’immigrato. Maroni, non a caso, dichiara:  “Minniti dice cose condivisibili, ma manca ancora la concretezza. Aveva detto che avrebbero fatto un CIE per i clandestini in ogni Regione, ma sto ancora aspettando che mi dica dove”.

Prendendo in esame i due decreti del “pacchetto” presentato da Minniti, si possono elaborare delle considerazioni. Sicuramente è condivisibile la politica di sicurezza e contrasto agli individui con precedenti penali quali spaccio e generica attività mafiosa. Il commercio di droga e lo stazionamento di parcheggiatori abusivi costituiscono un fattore di disagio e talvolta molestia per il cittadino, la cui tranquillità psicologica viene minata dai condizionamenti quotidiani della criminalità organizzata. Una città autorevole e la relativa legislazione possono certamente concorrere al miglioramento dell’ordine pubblico. Resta però da discutere la validità del provvedimento in merito alla natura delle categorie oggetto di sanzioni in situazioni di ostacolo alla circolazione e all’accessibilità nelle zone di trasporto. Si legge un implicito attacco a qualsivoglia forma di protesta territoriale. In secondo luogo, la scottante materia di legge sull’immigrazione presenta, esattamente come la prima disposizione, luci e ombre. Se, per una volta, il Partito Democratico ha dimostrato di saper affrontare con risolutezza le problematiche del fenomeno migratorio (maggiori controlli sulla regolarità degli immigrati, identificazione ed espulsione atte ad evitare infiltrazioni terroristiche ecc.), dall’altra occorrerà capire se gli individui realmente bisognosi potranno ottenere lo status di rifugiato.

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Il ministro dell’Interno Marco Minniti introduce i provvedimenti intrapresi in materia di immigrazione illegale e sicurezza urbana.

La promozione del “lavoro” gratuito non integra lo straniero, bensì lo emargina, costringendolo a cercare asilo presso istituzioni illegali, contribuendo al clima di schiavitù e dipendenza mafiosa. La condizione di “rifugio”, in tal caso, si allargherebbe perfino nei confronti del governo italiano. È necessario, al contrario, che lo Stato remuneri gli immigrati desiderosi di un impiego e collaborativi nel processo di integrazione; è indispensabile che quest’ultimo si erga a garante dei diritti per gli stranieri (contro gli abusi della mafia e del caporalato) e, nello stesso tempo, effettui il rimpatrio – senza se e senza ma- di tutti coloro che non dispongono di motivazioni e condizioni sociali sufficienti ad ottenere il permesso di soggiorno.