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Lo stillicidio delle scosse sismiche in Abruzzo, la slavina che ha colpito l’Hotel Rigopiano, l’inefficienza delle prefetture e dell’ENEL che ha lasciato al buio diverse provincie dell’Italia centrale, ha contribuito al calo dell’attenzione del lettore medio sulla più grandiosa conquista civile che da trent’anni a questa parte abbia mai coinvolto il Belpaese. Si parla chiaramente della fausta approvazione dei decreti attuativi della c.d. Legge Cirinnà, finalmente avvenuta subito all’indomani dell’arretratissima e medievale festività dell’Epifania (anche un po’ sessista a ben pensarci: come mai la Befana, brutta e vecchia, dev’essere per forza donna? Perché non un/una transessuale?). Ebbene, lo scorso 14 gennaio al povero Primo Ministro Gentiloni è stata sbrigativamente strappata la flebo dal braccio e, dimesso senz’altro indugiare dal Policlinico Gemelli di Roma ove aveva subito un piuttosto delicato intervento di angioplastica, è stato tosto condotto in Consiglio dei Ministri, ove, tra un provvedimento sulla Buona Scuola e l’altro, sono stati approvati i tre decreti attuativi che aprono definitivamente la via alla legge sulle unioni civili. Subito – come è d’uso nelle odierne temperie – dai grigi edifici governativi romani si sono levati gioiosi peana a mezzo Twitter (in perfetto stile renzian – obamiano): era una promessa, ora è legge, commenta biblicamente Maria Elena Boschi; svolta di civiltà, si rallegra appena più sobriamente Andrea Orlando.

Raggiante, in tale occasione – e non poteva essere diversamente – colei che è da tutti considerata la madrina di tale provvedimento legislativo, la senatrice Monica Cirinnà (PD), che (dopo tanti tentativi abortiti in materia di disciplina delle coppie di fatto, si pensi ai DICO dei tempi del II Governo Prodi), è riuscita nel 2014 a formulare quella che poi sarebbe divenuta la proposta definitivamente approvata lo scorso anno. Grazie forse anche alla buona disposizione di Renzi in proposito e al nuovo corso vaticano, almeno in apparenza assai arrendevole in materia, di Bergoglio, sull’onda dell’ormai celebre Chi sono io per giudicare. La signora Cirinnà ha molto tenuto a rassicurare l’opinione pubblica sul fatto che con i decreti attuativi si siano finalmente chiariti tutti i punti controversi finora discussi, anche in ottemperanza alla sentenza emessa in proposito dalla Corte Europea dei Diritti dell’Uomo emessa nel luglio 2015. In effetti, i decreti attuativi si occupano di questioni di fondamentale importanza, come il fatto che l’unione civile può essere celebrata in articulo mortis sull’aereo che cade o sulla nave che affonda (certo torneranno alla mente, al lettore che abbia studiato giurisprudenza, come in una parodia, l’immagine del soldato che fa testamento scrivendo con il sangue sul proprio scudo del Corpus Juris Civilis giustinianeo); la delegabilità delle funzioni di ufficiale di stato civile, come per il matrimonio civile; la circostanza che l’eventuale e prevista modifica del cognome del partner non modifica il codice fiscale (e dunque evita lunghe file all’anagrafe, il che, va ammesso, è cosa buona e giusta).

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L’onorevole Cirinnà in festa

Insomma, tutto è giusto e perfetto in materia di iscrizioni, trascrizioni, annotazioni e burocrazia varia. Inoltre, i decreti contengono disposizioni di riordino del diritto internazionale privato in materia di unioni civili tra persone dello stesso sesso, pensando anche dunque alla tutela dei cittadini stranieri provenienti da Paesi che non riconoscono o talvolta osteggiano questo diritto, ha twittato il ministro Orlando. Se intendesse riferirsi alle notoriamente omofobe Russia di Putin, o invece alla Turchia membro della NATO, o all’Arabia Saudita e ai paesi del Golfo, nostri alleati, il Ministro non ha inteso precisarlo. La strada è dunque spianata per la Civiltà e il continuo e indefinito Progresso. Senonché, qualche dubbio – e nemmeno troppo microscopico – a un esame più attento del dettato legislativo rimane. Come è noto la L. 20 maggio 2016 n.76 da un lato introduce l’istituto delle unioni civili tra persone dello stesso sesso, dall’altro regola le convivenze di fatto (anche tra persone di orientamento eterosessuale). Naturalmente, tale nuovo provvedimento deve prevedere adeguata copertura finanziaria, qualora – come nel nostro caso – i nuovi diritti si traducano in spesa pubblica. Il problema sembra porsi in particolare per le pensioni di reversibilità in favore del partner, incentrandosi sul se e come ciò possa gravare sulle già malandate casse dell’INPS.

Si sarà certo trattato di una coincidenza, ma – forse anche a causa della fretta con cui la Cirinnà fu approvata in Senato – l’allora governo Renzi aveva ventilato l’ipotesi di mettere mano alle pensioni di reversibilità (qui si parla ovviamente di matrimoni old style), e il Presidente dell’INPS Boeri aveva allietato i giovani nati negli anni Ottanta prospettando loro il pensionamento a 75 anni, esattamente all’indomani dell’approvazione delle unioni civili. Le solite malelingue malignarono che, alla faccia del pleonastico Love is love, l’aggravio di spesa fosse stato sottostimato, e si tentasse ora di far pagare il conto ai più giovani e alle vedove, creando così cittadini di serie A e di serie B. In effetti, leggendo la relazione tecnica allegata al testo di legge, si scopre come la spesa gravante sulla previdenza sociale è di 130 milioni di € per i prossimi dieci anni, in quanto comprensiva di reversibilità della pensione e sgravi IRPEF per il partner omosessuale a carico. Boeri parla addirittura di qualche centinaio, ma – dismesso il cipiglio severo che riserva a precari, pensionati e anziane vedove – stavolta sorride, e definisce tutto ciò inevitabile ma sostenibile. Del resto, a Renzi deve la sua nomina, e dunque le priorità politiche della maggioranza gli sono probabilmente assai chiare. Il nocciolo del problema è che la legge, a fronte di tale spesa, stanzia solamente 25 milioni, e resta allora il problema – denunciato a suo tempo dai senatori Malan (FI) e Sacconi (NCD) di dove prendere i soldi.

Malan sei mesi addietro si esprimeva così riguardo i deficit finanziari della riforma

Secondo Lucio Malan, dunque, la legge avrebbe sottostimato il numero di potenziali coppie omosessuali – come da lui stesso dichiarato in sede parlamentare – tanto da creare una scopertura di almeno 175 milioni. Maurizio Sacconi invece evidenzia come non sia stato adeguatamente considerato il numero di potenziali coppie omosessuali di età uguale o superiore a cinquant’anni. Tanto è vero che i componenti la prima coppia omosessuale ad usufruire della Cirinnà avevano 83 e 79 anni rispettivamente (il più anziano è poi deceduto). Ciò implica che il partner superstite inizierebbe a ricevere la pensione di reversibilità ben prima della data media stimata dal Governo, ossia il 2045, ponendo quindi alle casse previdenziali un’incognita ulteriore. Senza contare poi che la legge non prevede la medesima reversibilità per il convivente di fatto: ciò potrebbe aprire una valanga di ricorsi alla Corte Costituzionale – tenendo conto del sempre più elevato numero di convivenze di fatto in Italia – che, oltre al risultato certo di congestionare ulteriormente la giustizia, potrebbero pure essere vittoriosi, vista la probabile violazione del principio di eguaglianza, causando allora imprevedibili spese per il sistema pensionistico. Mattarella non intese però di rinviare la legge alle Camere, e sul punto, i decreti attuativi non hanno dato risposta. Dunque tagli di spesa o aumento ulteriore della pressione fiscale potrebbero essere all’orizzonte.

Il punctum dolens della legge, da cui poi scaturiscono tutta una serie di perniciose conseguenze, sembra essere però il suo richiamo all’art. 29 Cost. (La Repubblica riconosce i diritti della famiglia come società naturale fondata sul matrimonio) senza che però di matrimonio tra persone dello stesso si sia voluto parlare, probabilmente per mancanza di consenso politico sul punto. Così facendo però, si è creato un ibrido sterile, in quanto il risultato è o un matrimonio mascherato, che presenta dubbi di incostituzionalità ex art. 29 Cost., o non ha nulla a che fare con l’istituto matrimoniale, che però inspiegabilmente non si estende ai conviventi di fatto eterosessuali (in violazione del principio di eguaglianza, ex art. 3 Cost.). Prova ne sia il pasticcio che la legge fa non prevedendo l’obbligo di fedeltà per le coppie omosessuali in regime di unione civile. Qual è il senso di istituire una cerimonia pubblica che non contempli un dovere moralmente così importante, che cosa stia dietro l’Amore così sbandierato da Monica Cirinnà e dalle varie associazioni LGBT se la fedeltà reciproca non è contemplata, essi non ce lo dicono. Non si stupiscano però se qualche malparliero vorrà sostenere che è un Amore fondato sulla pensione reversibile e sul patrimonio ereditario. Del resto, ben potranno i civilmente uniti in tal guisa trasmettere questi sacrosanti valori ai figli. Perché se la stepchild adoption è stata stralciata da testo di legge, poiché se essa era già permessa in via giurisprudenziale in mancanza di unioni civili, a fortiori lo sarà adesso.

Comizi d’amore – Pierpaolo Pasolini
Anche la parte sulle convivenze di fatto pone in ogni caso dei problemi piuttosto seri. Infatti, la legge introduce il diritto per chi sopravvive a subentrare nel contratto di locazione del partner premorto. Per essere considerati conviventi di fatto basta essere persone maggiorenni unite stabilmente da legami affettivi di coppia e di reciproca assistenza morale e materiale, coabitanti e aventi dimora abituale nello stesso comune, anche se dello stesso sesso. Oltre ai diritti in materia penitenziaria, sulla visita in ambito sanitario e sulla rappresentanza in materia di donazione degli organi, la legge estende a tali coppie anche i diritti sulla casa. Potrebbe non essere un caso di scuola quello del badante che, alla morte dell’assistito, dimostri di aver abitato in casa con questi. A quel punto potrà facilmente simulare che sia intercorso un rapporto affettivo e vivere in quella casa per almeno due anni e fino a cinque (ai sensi dell’art. 13, cc.1 e 2). Ma si pensi anche al caso della comune coppia di giovani conviventi che dopo qualche anno si separi. L’obbligo al mantenimento dell’ex convivente diviene pari a quello dell’ex coniuge. Nonché gli obblighi relativi agli alimenti. Il tutto senza che la legge preveda un consenso esplicito da parte dei conviventi. Il che causerà probabilmente una serie piuttosto cospicua di contenziosi. Ma di tutto ciò a Gentiloni interessa assai poco: le riforme non si fermano, ha dichiarato infatti. A noi resta solo di sperare che il termine della corsa non sia in un baratro.