Sono sempre più sfocate nella mente le immagini di rivolta del popolo Palermitano dopo la strage di Capaci. Più di vent’anni fa una moltitudine confusa e incredula accorreva sul piazzale antistante la Cattedrale della Vergine Assunta denunciando violentemente al mondo l’inconscia frustrazione dell’essere quotidianamente vittime dell’inganno mafioso. Si, inganno. Perché checché se ne dica la mafia in Sicilia e in tutto il Sud Italia affascina, abbaglia, conquista e tradisce. La mafia è radicata socialmente perché è parte della società. In essa si insinua, e dall’interno, come cancrena, imputridisce istituzioni, imprenditori, semplici cittadini. “Fuori la mafia dallo Stato!”, urlavano nel 1992. Lo fanno ancora oggi, e le cose non sembrano cambiate. Troppo spesso chi si definisce guru dell’antimafia, è vittima della mentalità mafiosa. Oggi la rabbia dopo Capaci, timida rivolta di un popolo, sembra essere coperta da italianissime disillusioni, e in molti sembrano ormai rassegnati alla convivenza forzata con le cosche.

Per alcuni imprenditori siciliani, però, il detto  “bisogna che tutto cambi, perché non cambi niente” non vale. Loro, dopo vent’anni di soprusi e minacce hanno trovato il coraggio di denunciare numerosissime estorsioni mafiose in seguito alle quali, ieri,  i Carabinieri hanno arrestato a Bagheria, in Provincia di Palermo, 22 persone, accusate di associazione per delinquere di tipo mafioso, estorsione, sequestro di persona e danneggiamento a seguito di incendio. E questa volta le manette hanno stretto i polsi di capi ed affiliati del clan mafioso imperante nel Mandamento di Baarìa, antica roccaforte di Bernardo Provenzano.

 La “rivolta degli imprenditori” (secondo i principali quotidiani) è iniziata dopo che uno di loro, costretto a chiudere l’attività per accontentare le richieste estorsive, si è rivolto ai magistrati della Dda. Solo alcuni, però, dei 35 imprenditori vittime di estorsione implicate nell’indagine hanno deciso di denunciare. I restanti hanno collaborato perchè convocati direttamente dai Carabinieri.

I magistrati hanno ricostruito il modus operandi dei clan della provincia palermitana che hanno imposto il pizzo ad imprenditori e commercianti per vent’anni. E lì, a Palermo e dintorni, gli “uomini d’onore” non scherzano. Nel 2004 hanno incendiato casa ad un funzionario del comune di Bagheria che avrebbe avuto contrasti con alcuni esponenti di Cosa Nostra. Inoltre sono state fondamentali per l’inchiesta le dichiarazioni di Sergio Flamia, boss pentito di Cosa Nostra che ha raccontato, durante il processo sulla trattativa Stato-Mafia, di aver dato informazioni ai Servizi Segreti in cambio di soldi.

Ma gli arresti nell’entroterra palermitano serviranno a debellare il fenomeno mafioso-estorsivo? Secondo i dati della Dia, “l’immutata propensione all’illecito sfruttamento del tessuto economico mediante il pizzo dimostra quanto Cosa Nostra palermitana tenda a conservare le proprie tradizionali strategie di controllo del territorio”. La richiesta del pizzo non solo rimpingua le casse mafiose, ma resta lo strumento più efficace dell’imposizione sociale. La mafia che chiede il pizzo è la mafia radicata sul territorio, presente più che mai.  Inoltre, sempre secondo la Dia, se in alcune zone di Palermo e provincia il fenomeno estorsivo risulta in diminuzione non è di sicuro grazie alle denunce degli imprenditori (che restano un fenomeno sparuto), ma solo perché si sta parlando di “zone dove il prestigio criminale e la condizione di assoggettamento sono talmente consolidati da rendere le attività intimidatorie superflue se non addirittura controproducenti”.  Certo, 22 arresti sono tanti. I magistrati hanno smantellato gran parte dei clan. Ma domani già faranno a gara per accaparrarsi il controllo del mandamento di Baarìa. E riprenderà l’eterna lotta Stato ed anti-Stato. Il problema ancora una volta è solo celato, coperto, mai risolto. La soluzione ancora una volta rimandata. La colpa è solamente dei professionisti dell’antimafia? Esiste in Italia la volontà politica di estirpare la mafia, e quella dei cittadini di debellarla?

La verità è che la mafia in Italia serve. E’ utile alla politica come alla magistratura. Certo, in quanto fenomeno umano, si evolverà, muterà. Ma quel modo clientelare, vile, arruffino di intendere la vita resterà, finchè non verrà eliminato totalmente dallo Stato. E’ un modo di vivere, quello mafioso, e di intendere la vita profondamente radicato in Italia, soprattutto nel Meridione. Certo, opportunista,  dedito all’arricchimento se non solo personale, “della famiglia”, ma diffuso. Sono tanti i giovani che, a causa di problemi sociali, vedono nella criminalità organizzata un lavoro, una famiglia, uno Stato. Naturalmente i tempi sono cambiati e i valori mafiosi pure. Questa organizzazione economico-sociale ha saputo adattarsi alla Repubblica, al mondo globalizzato, al capitalismo imperante, riuscendo a trarne, brillantemente, maggiori utili e profitti. Solo lo Stato, unico nemico delle organizzazioni e della mentalità mafiosa, sembra non essere capace di adattarsi mutevolezze dei clan, avendo troppo spesso smembrato e ostacolato i suoi stessi organi anti-mafia.