La storia d’Italia è un concentrato di gloria e contraddizioni difficilmente imitabile: è la terra in cui il lecito si trasforma in infrazione, e dove l’impensabile diviene principio inalienabile. Difatti, basta soffermarsi sui precedenti del Tricolore: l’affiliazione massoniche di Cavour, Garibaldi e Mazzini, ha offerto un contributo fondamentale perché il sogno unitario si concretizzasse all’ombra della breccia di Porta Pia, non potendo immaginare che i successivi Stato e Chiesa si distanziassero (di facciata) da qualsiasi loggia occulta. Ancora, la Resistenza e i partigiani, in favore della “libertà”, hanno sovvertito il regime fascista, dimenticandosi di aver avuto le braccia destre protese al cielo sino a qualche giorno prima del 25 aprile 1945. Oggi, invece, vige l’inconcepibilità di dover sottostare ad uno status quo autolegittimatosi e schiavo di poteri sovranazionali, salvo tacciare di demagogia chiunque metta in discussione la sua esistenza.

Di queste singolari peculiarità, sembra essersene accorto qualcuno, ma avendone distrattamente mal interpretato il senso. Recentemente, Theresa May ha notificato ad imprese ed università la richiesta di inoltrare all’esecutivo inglese tabulati ed elenchi che includano i nominativi di lavoratori e studenti non britannici, perché le stime statistiche possano dare una preliminare misura delle volontà della neo compagine governativa post-Brexit. Nonostante la puntualità di ogni singola realtà aggregativa, c’è qualcuno che ha calcato eccessivamente la mano: alcune scuole d’oltremanica hanno addirittura annoverato gli italiani dividendoli tra “other”, “napoletan” e “sicilian”. Forse, rispolverando un anacronismo di frontiera che mai si è sopito sotto le mentite spoglie di un Bel Paese ancora oggi irredentista e secessionista. Anche se questa singolare sottolineatura appare un non voluto tentativo di richiamare l’Italia dei mille campanili. Di contro, è evidente che si tratti di uno scivolone di portata macroscopica, tanto da mobilitare Pasquale Terracciano – ambasciatore italiano a Londra – ad avanzare domande di chiarimento. In verità, non ce ne sarebbe stato bisogno.

Discernere fra “Italian”, “Italian Napoletan”, e “Italian Sicilian”, tende indirettamente a contemplare la radice della tradizione campanilistica italiana: il culto dell’identità locale. Caratteristica inimitabile di un Paese che ha fondato la sua storia sui comuni e sulle contrade, e non sui grattacieli e sulla finanza. Si è trattato di un’occasione non preventivata per rimarcare quanto la secolare storiografia del Regno delle Due Sicilie debba tornare ad essere trattazione attuale, nel decadente contesto culturale contemporaneo. Ove non soltanto l’Unità d’Italia non è stata compresa entro i confini dello Stivale, ma pare addirittura un’astrazione rispetto alla costante ghettizzazione del Mezzogiorno. Sebbene questo, in un certo senso, contribuisca a rinsaldare la potente ed influente immagine del campanilismo nostrano agli occhi del Mondo. Lunga vita allo Strapaese!