Un uomo si aggira nei bassifondi della metropoli. Si muove guardingo, il bavero della giacca ben alto, gli occhi che scrutano l’oscurità in cerca di uno sguardo amico. Ecco, lo trova. Con circospezione si avvicina. “Mi scusi, mi da due etti?”

“Crudo o mortadella?” risponde il losco figuro.

“Crudo”

“Sono duecento, fa in fretta”.

Lo scambio avviene, l’uomo, famelico, si allontana imboccando un vicoletto, tenendo la sua preziosa cartina di prosciutto illegale al sicuro contro il suo petto.

Uno scenario improbabile, ma forse non così irrealistico. Proprio l’altro ieri i giornali italiani, alla ricerca disperata di un’alternativa al caso Valentino Rossi, fanno rimbalzare una notizia. L’Oms ha inserito le carni lavorate nel gruppo 1, quello delle sostanze cancerogene, e le carni rosse nel gruppo 2A, tra le probabilmente tali.

La decisione è merito di una metanalisi della Iarc, che cerca di sublimare i risultati di circa ottocento studi epidemiologici in delle linee guida globali. Ora, si potrebbe contestare questa decisione da un punto di vista scientifico, nel senso che i limiti degli studi epidemiologici sono noti. Servono a cogliere probabili correlazioni statistiche, ma poco spiegano dei meccanismi di carcinogenesi, e sono soggetti ad un numero virtualmente infinito di bias, dei quali si cerca di ridurre l’impatto sull’attendibilità dello studio ma che esistono. Semplificando, si valuta l’incidenza di tumore, in questo caso al colon-retto, in una popolazione e si somministrano questionari alla medesima per rilevarne le abitudini, sperando di evidenziare le summenzionate correlazioni statistiche. Se chi dichiara di mangiare tanta carne ha un tumore al colon-retto, ne hai trovata una. Se questo lavoro in un ambiente esposto a radiazioni, hai un bias.

Chiaramente lo Iarc dovrebbe essere il gotha mondiale della ricerca sul cancro, quindi una qualche attendibilità deve averla per forza, ma basta leggersi uno qualunque di quegli ottocento studi per vedere che gli scienziati si limitano ad esprimere pareri, non certezze. E’ tutto un “potrebbe”, “parrebbe”, perché non può essere altrimenti. Ben più interessanti sono gli studi sugli effettivi meccanismi di carcinogenesi, che individuano relazioni causa-effetto dirette. Questi, ad esempio, hanno ormai evidenziato il ruolo delle amine policicliche, quelle che si formano cuocendo la carne ad alte temperature, nell’alterazione dei meccanismi di riparazione del DNA. Quindi che la carne alla griglia faccia male è un dato scientifico, che il consumo di carne in generale sia cancerogeno è una “correlazione statistica”.

Si potrebbe anche dire che i vantaggi del consumare carne sono ben noti e sostenuti da altrettanti studi scientifici. Si potrebbe aggiungere che, stando alle ultimi ricerche, l’uomo ha compiuto un balzo evolutivamente decisivo proprio quando è diventato cacciatore, abbisognando di molte e nuove capacità che ha sviluppato proprio per consumare carne e grazie al consumo di essa.

Quello che però fa paura, al di là del dato scientifico, è l’uso, la strumentalizzazione, di questo dato, che si farà e che si sta già facendo. E’ il modo stesso in cui la notizia viene vestita dai media a indurne un uso distorto. L’opinione pubblica, ai tempi dell’avvento dell’Impero, vive e viene plasmata da piccoli gruppi di influencers, una élite coesa e organizzata di persone che piano piano diffonde la sua visione del mondo, chiaramente funzionale all’Impero.

E’ così che agisce il pensiero dominante, che si forma una nuova tribù. L’idea propagandata dal piccolo gruppo fuoriesce da esso, entra nel mainstream, nei media, influenza l’opinione pubblica, fino ad arrivare al sovvertimento del vecchio pensiero principe, e questo deve porsi sulla difensiva. “Niente allarmismi”, gridano i macellai, che si trovano a dover fronteggiare un nuovo nemico che non pensavano potesse mai nascere. L’azione è martellante, incessante, efficace.

La moralizzazione del gruppo, dei concetti propagandati, è elemento fondamentale. Essa esclude l’altro dal dibattito, crea una barriera etica che non consente confronto razionale e democratico, travalica i limiti tracciati dal pensiero liberale, funzionale al vecchio ordine ma ormai pericoloso per il nuovo ordine imperiale. L’individualismo, il sistema dei diritti del singolo, la libertà personale vengono superati dalla moralizzazione. E’ la barriera etica a sancire l’inclusione nel mondo del politicamente corretto.

In quell’incessante rapporto dialettico tra realtà e sua rappresentazione, i media svolgono un ruolo decisivo. Rappresentando la realtà ne influenzano lo sviluppo, offrendo modelli di comportamento agli individui. Si diffondo così le nuove barriere, le nuove coscienze e quindi le nuove identità, funzionali all’ordine imperiale. Il veganesimo è questo, una classe in senso marxista, una comunità di fedeli in senso religioso, una nazione in senso nazionalistico, insomma, un’identità di gruppo, e come tale agisce nel mondo delle idee, nella rappresentazione della realtà e quindi nella realtà stessa.

E’ una forma di identità funzionale all’Impero. Lo è perché contribuisce alla divisione delle masse in categorie innocue. Alla lotta di classe o alle lotte nazionali patriottiche si sostituiscono mille irrisolvibili conflitti etici, che proprio attraverso la moralizzazione ergono barriere tra la moltitudine, impedendo la nascita di una coscienza politica in grado di avversare la costruzione imperiale.

Anche dal punto di vista economico il movimento vegan è funzionale al nuovo ordine. Gli studi sulla pericolosità delle carne, e la loro rappresentazione sui media, vero problema, hanno iniziato a diffondersi proprio quando si è cominciato a capire che la carne avrebbe iniziato a scarseggiare. Il consumo nei Paesi in via di sviluppo è in aumento esponenziale. Una variegata moltitudine a reddito crescente vuole adottare consumi un tempo limitati ai privilegiati, spingendo alle stelle la domanda. Dunque, per la pace dell’impero, è necessario che le classi meno abbienti dei Paesi ricchi riducano i loro consumi, favorendo l’integrazione al ribasso con le altre aree di recente assimilazione. In uno studio pubblicato nel 1999 dalla Cambridge University Press, la Nutrition Society suggerisce la compressione del consumo di “livestock”, ovvero carne, nei Paesi ricchi per migliorare la sicurezza alimentare dei Paesi poveri. Quasi ogni giorno su facebook siamo tempestati da video e articoli della Lav o di qualche altre associazione animalista o vegan che ci ricorda l’impatto ambientale dell’allevamento intensivo. Peccato che nessuno riesca ad inquadrare il problema nei suoi termini reali. Non si tratta di quanta carne mangiamo, si tratta di vivere in un mondo finito e di essere incapaci di controllare la crescita della popolazione mondiale.

Se davvero vorremo evitare, in un futuro forse non troppo lontano, guerre e carestie, che sono i due meccanismi “naturali” di controllo della popolazione, la soluzione non sarà diventare tutti vegani perché è buono e giusto, sarà il controllo delle nascite.