Quindi si sapeva tutto e si è scelto di tacere contro ogni valutazione scientifica? «Purtroppo sì. Pur sapendo, non sono state adottate doverose misure di gestione di un prodotto che risultava, e tutt’oggi risulta, pericoloso per la salute umana, in particolar modo per categorie più vulnerabili di consumatori, come i bambini o gli adolescenti». Sembra giunta al capolinea la parabola milionaria dell’olio di palma, prodotto di nicchia delle multinazionali alimentari, che da anni suscita le rimostranze di chi ne denuncia la tossicità. Oltre ad essere additato come causa del cosiddetto Land Grabbing: il fenomeno di compravendita delle terre nei Paesi tropicali, devastate da coltivazioni su larga scala a scapito delle popolazioni locali (un dato: dal 2008 al 2014, tra Sud-Est asiatico Africa e Sud-America, gli investitori stranieri hanno conquistato 56 milioni di ettari, un’estensione pari alla Francia). Ora, a scogliere ogni riserva, arrivano i Palma-Leaks. Da almeno 12 anni i colossi finanziari di Big Food sarebbero a conoscenza del fatto che i danni provocati non sono solo questione di dosaggio, perché l’olio di palma, di per sé, sarebbe un veleno. Di nuovo però, in nome di una «ingordigia epidemica», ha vinto il profitto. Ne abbiamo parlato con Dario Dongo, docente universitario, avvocato e fondatore di Great Italian Food Trade (GIFT): il portale web in lotta per la valorizzazione dell’eccellenza alimentare italiana che ha reso noti i documenti di uno scandalo di proporzioni immani. Almeno per chi ha il coraggio di accettarlo.

Può ricostruirci l’iter degli accertamenti scientifici (poi divulgati in conferenze e dibattiti interni a certi ambienti) che dimostrerebbero come chi vendeva olio di palma sapeva di trattare un prodotto cancerogeno?

 «La prima traccia sulla tossicità del palma, rispetto a tutti gli altri oli vegetali raffinati, risale al 2004, quando l’Università di Praga pubblica uno studio scientifico dove si descrive la presenza di contaminanti negli alimenti trasformati. Dopo tre anni il Centro per la sicurezza alimentare di Stoccarda (CVUA), analizza oltre 400 alimenti e rileva livelli significativi di contaminanti tossici nei prodotti contenenti olio di palma. Lo stesso anno, l’Autorità tedesca per la sicurezza alimentare evidenzia la necessità di ridurre le sostanze cancerogene negli alimenti per la prima infanzia. Ancora nel 2009, in due occasioni, i rappresentanti di Nestlé espongono ai convegni di categoria i rischi correlati all’olio tropicale. Inoltre, in un convegno organizzato da Ilsi (centro di ricerca di Bruxelles finanziato dalle multinazionali) si documenta la presenza di contaminanti tossici nell’olio di palma raffinato. Insomma, l’impossibilità di abbassare la tossicità del prodotto è sempre stata fuori discussione. Poi, il 3 maggio scorso, l’Efsa (Autorità europea per la sicurezza alimentare), per la seconda volta in meno di tre anni (prima nel 2013) ha inferto il colpo finale, confermando di nuovo il tutto. Nel dossier di 160 pagine si avverte che i contaminanti presenti nell’olio di palma sono cancerogeni e genotossici – cioè i danni al Dna si trasmettono anche ai nostri figli. Questo era noto da almeno una dozzina d’anni, ma solo ora appartiene al pubblico dominio».

 Ma quali sono i prodotti che contengono oli di Palma? E in Italia quanto sono diffusi?

 «Nonostante la consapevolezza si è scelto di far finta di nulla. E con ciò l’utilizzo di palma è aumentato a dismisura. L’Italia ne importa una quantità esagerata, ai vertici in Europa, con incrementi negli ultimi anni pari al 300%: tra il 2011 e il 2015, secondo l’Istat, si è passati da 274mila a 821mila tonnellate. I prodotti, a livello sia artigianale che industriale, sono i più disparati, anche i meno sospettabili: da quelli del forno, della panetteria (crackers, fette biscottate), della pasticceria, tipo il cornetto la mattina al Bar; a quelli dolciari (nella gran parte biscotti); fino nelle creme spalmabili per il corpo. Addirittura per l’orzo del caffè al gingseng. Per non dire poi dell’utilizzo dell’olio per friggere: quando si va nei Fast-food, o in quelle attività che proliferano vendendo patatine fritte, si mangia un qualcosa imbevuto di palma. E’ drammatico, veramente».

 Ma perché si utilizza l’olio di Palma? Dov’è la convenienza?

 «Nella più sconcia, banale e venale delle ragioni: il risparmio economico. Il Palma è un olio che da sempre rappresenta l’alternativa più economica al burro, all’olio extravergine d’oliva, o ad altri oli di semi (tipo di girasole), che seppure presentano minimi quantitativi di agenti cancerogeni e genotossici rimangono sensibilmente più sicuri. Infatti il palma, sempre secondo l’Efsa, ha contaminanti in quantità maggiore, dalle 6 alle 10 volte in più. Siamo di fronte all’esempio tragico di come il profitto sovrasti la salute umana».

 Quante se ne assume giornalmente? E a quali malattie può comportare un’assunzione fuori controllo?

 «La ricerca medica sottolinea come l’acido palmitico svolga un ruolo pro-infiammatorio sulle membrane cellulari. Induce all’aterosclerosi ed è la chiave nei casi di obesità e diabete di tipo 2. Inoltre, è primario nella produzione del fattore necrotico alfa, all’origine dei tumori. E’ anche causa delle patologie cardiovascolari. Seguono poi alcune alterazioni epatiche, a partire dalla Steatosi, la sindrome del fegato grasso. In Italia, si stima l’apporto medio di grasso di palma nei consumatori in 12 grammi: è tanto, troppo. Ma comunque non dobbiamo ragionare in termini di dose, perché l’olio di palma è un veleno che va oltre. Anche consumandone poco si va incontro a rischi enormi. Non esistono soglie di consumo accettabile. Ed è questo il grande tradimento di chi lo vende: ci hanno fatto credere che ci fossero».

 Non è possibile credere a una situazione del genere senza condannare le istituzioni che dovrebbero vigilare. Quale ruolo ha l’Ue in tutto questo? E il Governo?

 «Io guardo la realtà, ai fatti recenti. L’unica organizzazione, in Italia e in Europa, che ha preso la distanza dai prodotti a base di olio di palma, sospendendo la produzione delle referenze a proprio marchio e annunciando la rimozione dei prodotti dagli scaffali, è stata Coop-Italia. A livello governativo, invece, si è visto come il Ministro della Salute, Beatrice Lorenzin, abbia scaricato il barile, delegando la questione alla Commissione UE. Questa, la scorsa settimana, come si legge nei documenti da noi pubblicati su GIFT (Palma-Leaks), ha ben mostrato la disattenzione e il disinteresse per il problema. Sono state ritenute sufficienti le misure regolative in vigore, per poi rinviare la discussione con gli Stati membri a fine giugno. E’ sconcertante. Si dovrebbe spiegare come mai in più di 10 anni si è evitato di occuparsene e invece, tranquillamente, l’emergenza viene declassata. L’amministrazione Ue, come quella sanitaria dei singoli Paesi, ha grosse responsabilità nella faccenda. Non solo alle “Dieci grandi sorelle del cibo” i rischi erano noti (Nestlè, Unilever, Coca Cola, Pepsico, Mars, Danone, Mondelez International, General Mills, Kelloggs, Associated British Foods, Ndr)».

 Tra l’altro Efsa non è nemmeno direttamente vincolata all’UE, agisce autonomamente.

 «Grazie al Cielo. L’EFSA è un’agenzia europea finanziata, sì, dall’Unione, ma che opera in modo indipendente dalla Commissione, dal Parlamento e dagli Stati membri. E’ nata nel 2002, ai sensi del regolamento 178/2002, come fonte di consulenza scientifica e comunicazione sui rischi per l’alimentazione. Fu il primo atto della politica Ue in questo senso. Erano gli anni di Prodi alla Commissione, del Libro Bianco per la sicurezza alimentare: quella fu una rivoluzione normativa. Eppure, i criteri alla base dei diritti Ue in materia vengono platealmente ignorati o violati. Ora, con l’ultima valutazione questi atteggiamenti sono indifendibili. I Palma-Leaks non lasciano spazio a dubbi. Alle multinazionali si sono fatti grandi favori. Tutti, dai vertici delle aziende a chi doveva vigilare e vietare, hanno fatto finta di niente. Avendo gli strumenti di conoscenza e il dovere di salvaguardare la salute, si è agito in modo contrario».

 Però questi prodotti, oltre ad essere commercializzati, sono stati anche pubblicizzati. E non poco. C’è stata quindi una campagna di controinformazione?

 «Di disinformazione, io la chiamo così. Si è fatto credere che i prodotti di olio di palma non facessero male e potessero essere dati anche ai bambini (i più sensibili!). Questi colossi finanziati sono arrivati a far esprimere Professori della Bocconi, che mai si erano occupati di queste tematiche, a favore della sostenibilità del palma. Fonti indipendenti di informazione, agenzie giornalistiche, perfino Tv sono state delegate per farci credere una falsità. Chi sta dietro il business di palma ha in mano il mercato pubblicitario e quindi il potere. Il modo in cui lo utilizza Big Food – un gruppo d’imprese multinazionali nelle cui mani si concentra il mercato alimentare, un concetto poco nominato in Italia – rivela un’ingordigia epidemica. Una smania di profitto infinita».

Lo scandalo a seguito dei Palma-Leaks, così descritto, sembra di una gravità assurda. Ma è possibile privare il mercato dell’olio di palma?

 «Togliere il palma dagli scaffali o dalle attività dove acquistiamo cibo potrebbe essere, a mio avviso, un’operazione immediata. Sul Fatto Alimentare (di cui sono cofondatore) abbiamo documentato circa 700 prodotti che non ne presentato alcun quantitativo. Alcuni in Italia, per dire sui biscotti, stanno già cambiando: per esempio Barilla, che è passata da Mulino bianco a Mulino verde (cottura a vapore); oppure il gruppo Colussi. Anche altri lo stanno facendo. Però senza prendere una posizione di denuncia su quanto tuttora accade. Cambiare si può, anzi si deve. Questo è uno scandalo di entità tragica la cui risoluzione non può essere rimandata. Forse ho una sensibilità troppo radicale nell’ambito della salute umana: ma per me il caso Volkswagen, a confronto, è poca cosa».