Erano anni che Los Angeles non brillava di una potentissima luce riflessa. Non fosse altro perché le luminarie attrattive della Città degli Angeli vengono ingegnate solo per dar risalto al sensazionalismo che quel contesto sposa per antonomasia: l’iconografia della psichedelica perdizione. Ed ecco che la residenza mondiale del Cinema ha smarrito il senso puro della Settima Arte, e si è chinata alle multinazionali speculatrici e ai magnaccia dell’estetica. Stavolta, però, i luccicanti fasci delle variopinte illuminazioni californiane si offuscano alla presenza di un imponente bagliore d’immenso: il Red Carpet del Dolby Theatre è diventato ancora più rosso nell’imbarazzo generale di una platea sofferente di inferiorità. Il talento sgargiante di Ennio Morricone sbugiarda le leve del mercimonio della cultura, e le depura dalla metastasi del successo ad ogni costo: un titano della musicalità, applaudito da lillipuziani della cinepresa. Il suo Oscar non è solo la sacrosanta onorificenza per la sua strabiliante carriera, e per l’ottava meraviglia di Quentin Tarantino – sublime cineasta che alla follia della sua originalità ha saputo aggiungere la proverbiale formazione direttiva dei Leone e dei Corbucci -: è il necessario steccato fra la frivolezza della moderna borghesia cinematografica e la magnificenza di un gigantesco sprazzo artistico.

Il discorso al ritiro della dorata statuetta sintetizza la sua eccezionalità: con la voce provata dalla fatica d’essere riuscito a declinare la dolcezza delle note come armonia della vita, Morricone ha smascherato l’artificioso linguaggio della commercializzazione. La semplicità del suo gesto si riconosce nella sua grandezza, spesa nella sinuosità di una bacchetta e nella testimonianza della passione. Il suo discorso annulla la guasconeria dei conformisti, e sfregia l’imposizione di un pensiero unico, flaccido, sulfureo. Magari incentrato perennemente sul forzare la naturalezza di ciò che naturale non è – tipo le proletarie lotte di classe di Nichi Vendola, combattute nello sfarzo di un reparto neo-natale della California -, oppure volto a zittire il blasone di Ennio – sulla falsa riga della strafottenza della RAI, nei confronti del suo talento -. Su quel palco, Morricone è stato la promozione alla semplicità dell’amore: la dedica alla moglie Maria – artefice emotiva della colonna sonora de “The Hateful Eight” – beffeggia le piazze riunite attorno all’ideologizzazione della sensibilità.

Quella stessa sensibilità in cui Ennio Morricone si è confermato baluardo indiscusso e sempreverde della melodia: un roccioso esempio dell’italianità al servizio dell’arte, e un nostrano lampo di cultura, nell’avido ed incolto parterre hollywoodiano. L’asciutto, posato, e sentimentale ringraziamento del compositore, accarezza l’assoluto, nella semplicità articolata e prosaica della lingua italiana, che alle orecchie della folla anglofona appare al pari di un insulto all’appiattimento dell’eterodossia idiomatica. Ma che a noi, adulatori del particolarismo strapaesano, risuona come l’intuizione della spontaneità di un genio intramontabile, capace di rinchiudere la metafisica dell’evocazione in uno spartito. E di introdurre svariate generazioni nell’eternità dei suoi capolavori: eccelsi, immortali, ineguagliabili. Proprio a sua immagine e somiglianza.