Tanto tempo è passato da quando un attempato Ungaretti declamava l’Iliade in prima serata. Da allora il complesso rapporto tra italiani e televisione è diventato sempre più problematico. Inizialmente segno di distinzione sociale, poi sintomo del benessere di massa come la 500, è stata la televisione a realizzare la massima programmatico-profetica di D’Azeglio: è stata lei a fare gli italiani. In bianco e nero e di monopolio pubblico, la tv ha omogeneizzato quel coacervo di popoli che compongono la nostra frammentata penisola. Lo ha fatto talvolta con brutalità, come nell’italianizzazione della lingua, in questo coadiuvata dalla scuola, che ha portato alla emarginazione dei dialetti. Talvolta in maniera più subdola, suggerendo più o meno pervasivamente stili, abitudini di moda e di consumo, proponendo modelli sociali e famigliari o di genere uguali per tutta Italia. In un certo senso, la cultura di massa in Italia si è realizzata compiutamente solo con l’avvento della televisione.

Il suo rapporto con gli italiani è stato particolarmente controverso. Amata dai ceti popolari, criticata dagli intellettuali, interpretata da ogni famiglia secondo i propri comodi e le proprie capacità, abusata dai potenti, la televisione è stata, per lungo tempo, un omogeneizzatore sociale. A volte, come prevedibile, uno strumento di potere È negli anni Ottanta però che inizia a mutare, ponendo le basi di quello che è diventata oggi. Persa ogni velleità educativa e paternalista (giusta o sbagliata che fosse), inizia ad inseguire il pubblico e i suoi gusti, dominata com’era ed è dalla necessità di fare ascolti e quindi soldi. È negli anni Ottanta infatti che si diffondono le televisioni a colori e nascono le prime televisioni commerciali. È qui che nasce l’epopea di Berlusconi, ad esempio. Soprattutto, è in quel decennio che gli italiani cominciano a guardarla con assiduità preoccupante. Il tempo di visione giornaliera medio passa da 2 ore e 35 minuti nel 1988 a 3 ore e 35 nel 1995. È in quel decennio che nascono molti dei format moderni, in massima parte importati dall’America. Le produzioni autoctone arrancano di fronte ai mezzi materiali e alla capacità d’evocazione hollywoodiane. I varietà e i talk show iniziano ad occupare spazi sempre più imponenti nei palinsesti. La pubblicità la fa da padrona, in un martellamento continuo che va di pari passo col dilagare dell’individualismo edonista. Il rapporto duale tra società e televisione, d’altronde, è stato e evidenziato da quasi tutti i sociologi: in quanto rappresentazione della realtà, la tv ne è influenzata e allo stesso la influenza, in un circolo più vizioso che virtuoso.
Soprattutto, anche se può suonare ridicolo, per una fetta sempre più consistente di italiani la televisione diventa l’unica attività culturale quotidiana (sempre che, in molti casi, la si possa definire tale).

Pressata dal nuovo corso imposto dal Biscione, la Rai insegue. Invece di proporre un modello alternativo, magari utopicamente basato su informazione oggettiva e analisi, sulla produzione culturale, sul pubblico colto o in cerca di acculturazione, anche la tv di Stato insegue Publitalia. La qualità delle produzione crolla, le fiction diventano sempre più intrattenimento di bassa lega, incapaci di competere qualitativamente con le produzioni americane comprate da Fininvest (e i pericolosi sistemi valoriali e modelli culturali che sottendono), gli approfondimenti politici, già minati dalla “spartizione” del ’76 (Rai 1 alla Dc, Rai 2 ai socialisti, Rai 3 ai comunisti) diventano convegni di urlatori autoreferenziali.

Anche la politica risente del nuovo corso. Se a livello ideologico infatti può essere tante cose, a livello di prassi l’ars politica diventa soprattutto ars retorica e oratoria, insomma, comunicazione. Fin dall’antica Grecia, con la nascita della democrazia, è l’abilità comunicativa a determinare il successo dell’uomo pubblico, più che la qualità delle sue idee. Nell’antica Roma e per tutto il medioevo l’istruzione avanzata si basava soprattutto su queste materie, grammatica, retorica ed oratoria per l’appunto. Coi mezzi di comunicazione di massa il fenomeno si accentua. Prima i quotidiani, a far la fortuna (o a decretar la fine) di Whigs e Tories nell’Inghilterra dell’Ottocento, poi la radio per Mussolini e Hitler. Con la tv a colori (quella “in bianco e nero” era un manifesto della propaganda democristiana, basti ricordare i manifesti del Pci che bollavano i telegiornali dell’epoca come, appunto, propaganda cattolica) questo rapporto tra comunicazione e politica si interrompe. Se Berlusconi deve innegabilmente buona parte del suo successo al quasi-monopolio televisivo di cui dispone, è altrettanto vero che la tv diventa soprattutto al servizio del mercato. Niente proclamazione dell’impero, solo una discesa in campo, tra un cosmetico e una merendina ad alto volume (già, non è impressione, durante gli spot il volume si alza davvero in automatico). Il bombardamento pubblicitario in Italia è senza eguali in Europa ( cfs ginzbourg). Soprattutto, e questo è il fatto grave, è la tv pubblica a venire a mancare. Se giustamente Freccero sull’Unità nel ’96 metteva in guardia dal rischio del disimpegno dello Stato dalla televisione, che la lascerebbe in balia degli istinti commerciali, è innegabile che il disimpegno c’è stato comunque nei fatti, dato l’inseguimento dell’audience.

Evidentemente la cultura non paga, ma inseguire gli istinti, cioè la volontà ferrea di spegnere il cervello appena staccato da lavoro di buona parte degli italiani, è stato l’equivalente di un suicidio di massa. È così che si è arrivati a Real Time. Come dirà un Hitler della finzione, quello di “Lui è tornato” : “un mezzo così potente e ci sono solo programmi di cucina?”. Eh sì, la politica ha abbandonato anche quel campo, sono rimasti soltanto gli spaghetti allo scoglio.