Matteo Renzi non è il burlesco commediante da tutti decantato: sarebbe un’inammissibile banalizzazione bollare un’analisi sul guascone fiorentino in questi termini. Piuttosto, potremmo apostrofarlo come un giullare: uno che tenta di irridere, ma che inesorabilmente viene deriso. La malizia dell’opinione pubblica c’entra relativamente, stante le paturnie da spettacolarizzazione del factotum toscano, il cui apporto ha contribuito a costituire l’accezione che oggi lo condanna alla peggiore delle gogne per un politico di professione: il macigno di una nulla credibilità. Le fandonie renziane rimbalzano alla stregua di un ballon d’essai da una esternazione all’altra: millantava di voler bandire le polverose nomenclature, ma è divenuto vittima e carnefice del medesimo organico al quale ringhiava; si scagliava contro l’ansietà di Letta, ma gli ha soffiato poltrona e serenità con un passaggio di campanella; gridava che i potenti apparati della finanza internazionale volessero trombarlo – senza ricordarsi di essere stato paracadutato a Palazzo Chigi proprio grazie alla calotta dei tecnocrati ai loro vertici -, ma gli sta assicurando libertà di manovra.

Oppure, guardando alla circostanza recente, relativa alla revisione del sistema previdenziale. Le iatture della Fornero restano inattaccabili, e l’ennesimo favore alle conglomerate bancarie è presto accomodato: la possibilità di richiedere il dovuto corrispettivo pensionistico con un prestito di 20 anni. Inoltre, questa è un’ulteriore prova della sua smania dispotica: mai che l’ambiguo gigliato si muova da sé. Renzi manda avanti i suoi scagnozzi, che dal caporione hanno ereditato la spocchia e l’arroganza della tuttologia mista alla vuotezza. Per approfondire, basta consultare la tavola rotonda tra Poletti e i sindacati, in funzione appunto della probabile abbuffata di profitti delle banche. E questo fa il paio con quanto Renzi ha dichiarato qualche giorno prima dell’incontro fra il Ministero del Lavoro e le associazioni di rappresentanza, imputando le responsabilità di un ipotetico collasso creditorio alla ingordigia (?!) dell’imprenditoria italiana, e alle dilazioni dei nuclei famigliari nostrani.

La scriteriata anticipazione ventennale della pensione e la ridicola convinzione che piccole e medie imprese, artigiani, e famiglie, tengano sotto scacco gli istituiti di credito – che ereditano, nell’attuale tirannia economico-finanziaria, l’impudico status dei cravattari -, lasciano sorvolare la certezza delle vergogna a cui i cosiddetti “iettatori della conservazione” si erano appellati per la salvaguardia dell’ultimo sprazzo di sovranità popolare: emanciparsi dall’usura dell’affarismo bancario. Provvedimento dopo provvedimento, Renzi palesa l’impertinenza di agire da galoppino dei poteri forti, genuflettendosi a Bruxelles e Francoforte, e smantellando quei residui di Stato Sociale sopravvissuti al fanatismo del neo-liberismo. E la rottamazione?