L’asfalto divelto, le automobili dilaniate come fossero passate per un enorme apriscatole. E poi le sirene, la folla che si accalca e il segnale che indica l’uscita per Capaci, come a suggerire una via di fuga da quell’inferno baciato dal sole di maggio. È il 23 maggio del 1992, e sotto i colpi di 500 chilogrammi di tritolo è morto Giovanni Falcone, e con lui parte della sua scorta.

Di fattacci la storia d’Italia ne è piena, ma forse la strage di Capaci è quello che tra tutti meglio riassume l’assenza di uno Stato forte ed autorevole. È negli Anni Ottanta che la Giustizia inizia a lottare contro il crimine organizzato ramificato nel sud del Paese. È un lavoro difficile, perché l’ambiente mafioso è circondato da un’aura di omertà e silenzio che appare impenetrabile. Delle dinamiche interne alla mafia si sa poco o nulla, e così l’operato della Giustizia si limita a qualche operazione sporadica condotta contro un nemico tutto sommato ancora sconosciuto. Per saperne di più bisognerà aspettare il 1984, anno in cui Tommaso Buscetta – il Don Masino “boss dei due mondi” – inizierà a rivelare alcuni funzionamenti dell’universo mafioso proprio a Giovanni Falcone.

Lo stesso Buscetta, uomo di intelligenza fine e sottile, sarà cauto nel collaborare con i magistrati: “lo Stato non è pronto”, ripeteva come un mantra, consapevole degli effetti che alcune sue rivelazioni avrebbero potuto generare presso le nostre istituzioni. Sarà lui, dopo le bombe del 1992, a fare i nomi di Salvo Lima e di Giulio Andreotti. Ma nel frattempo Falcone e Borsellino – e con loro tutta quella parte di magistratura antimafia – saranno dimenticati dallo Stato. Il loro operato sarà sulla bocca di tutti, l’opinione pubblica si schiererà apertamente a favore del pool antimafia, ma le voci istituzionali che si leveranno contro i due magistrati non saranno affatto poche.

Solo per citarne una, il 9 gennaio del 1992 l’opinionista Sandro Viola scriverà un articolo intitolato “Falcone, che peccato…”, pubblicato su La Repubblica, in cui il magistrato verrà definito “uno dei più loquaci e prolifici componenti del carrozzone pubblicistico italiano”, uno di quelli “che si sono messi a far politica, ad ammorbare con prosa indigeribile le pagine dell’Unità”, “un valoroso magistrato che desidera essere mediocre pubblicista”. Ancor più significativo fu il celebre pezzo “I professionisti dell’antimafia”, a firma di Leonardo Sciascia e apparso sul Corriere della Sera il 10 gennaio 1987.

Ad ogni modo, il maxiprocesso che rese celebre il pool antimafia capitanato da Falcone e Borsellino aveva messo ben in luce l’operato della Magistratura. Un processo durato sei anni, che si concluse con condanne inflitte a 346 mafiosi, e di cui Pietro Grasso ha ricordato una frase pronunciata da Falcone e Borsellino: “La gente fa il tifo per noi”. Vero, verissimo, ma parziale. Perché l’attuale Presidente del Senato in realtà dimentica un’altra frase secondo cui “In Sicilia la mafia colpisce i servitori dello Stato che lo Stato non è riuscito a proteggere” (G. Falcone), o la predizione di Borsellino secondo cui “Mi uccideranno, ma non sarà una vendetta della mafia, la mafia non si vendica. Forse saranno mafiosi quelli che materialmente mi uccideranno, ma quelli che avranno voluto la mia morte saranno altri“.

Lo Stato italiano ha lasciato che alcuni dei suoi più fedeli servitori morissero. E diventa poi facile passare dalla parte della malafede, pensare che il cattivo operato delle istituzioni non sia frutto di inettitudine, ma chiara volontà di abbandono. Diventa tanto più facile se un personaggio come Andreotti, che secondo la Giustizia “ebbe rapporti organici con la mafia”, ha potuto continuare ad essere senatore a vita fino alla fine dei propri giorni. Diventa facile se pensiamo che il mondo dell’antimafia ha subito pesanti infiltrazioni mafiose, che un personaggio come Zamparini possa affermare davanti ad una platea di studenti che la mafia è un’invenzione per dare lo stipendio agli uomini dell’antimafia, che le organizzazioni criminali hanno preso piede da decenni in tutta Italia, e che anziché essere soppiantate sono riuscite a proliferare. Tutto questo segna in maniera equivocabile il fallimento di uno Stato che rinuncia alla propria sovranità a favore di pochi criminali organizzati; uno Stato che preferisce scendere a patti anziché lottare, e che col suo operato preserva le condizioni di disagio economico e sociale che fanno da humus fertile al crimine organizzato.