È soltanto nell’urto fragoroso con la realtà, in tutta la sua brutalità, che alcuni residui universitari di filosofia e storia dell’arte acquisiscono definitivamente un senso. Se non si calpesta un presente desolato da una natura indomabile, difficilmente si comprende tanto inchiostro colato su quei libri nei quali si è lasciata tanta vista e fatica. Allora, così all’improvviso, torna in tutta la sua boria il fantasma di Edmund Burke che si porta accanto “il piacere dell’orrore” nel suo imponente lascito settecentesco: “A philosophical enquiry into the origin of our ideas of the sublime and beautiful” (Indagine sull’origine delle nostre idee di sublime e di bello). Elaborazione prodigiosa, dove l’idea che tutto e ancora l’oltre tutto della natura può risvegliare l’emozione di sofferenza e pericolo, ovvero l’intero atroce circostante, rappresenta una sorgente del sublime. Sentimento sapientemente capace di concepire il più potente turbamento che la creatura umana sia in grado di provare. Il piacere dell’orrore o il “delightful horror” ossia l’orrendo che affascina, godono in Burke di un assunto: la distanza. Spazio che porta frontalmente alla contemplazione. Il sublime nasce solo come uno spettacolo all’interno del quale l’individuo non rischia la  propria vita innanzi all’infinito, anche quello più terribile rappresentato dalla natura. Un’allegoria dell’uditore all’interno della sala cinematografica: un’implicazione emotiva che si avvera solo nel distacco, ossia al di fuori di ciò che accade sullo schermo.

Il trattato del sublime si fa arte nella creazione del pittore tedesco Caspar David Friedrich. Opere dove l’inquietudine si crea in meraviglia in una dolorosa, quanto inoppugnabile antinomia: la grandezza sconfinata della natura davanti alla sommessa dimensione dell’essere umano. Ciascun opera del pittore tedesco figura l’emblema del tracollo della volontà umana sul dominio incontrastato della natura. “Der Wanderer über dem” Nebelmeer (Il viandante sul mare di nebbia) custodisce tutta la poetica romantica di Friedrich: la creatura di spalle davanti al sublime che è roccia, nebbia come il mare e vette montane. L’individuo è spettatore solitario e impotente che nello sgomento figura unicamente nella sua piccolezza: un puntino nella vastità dell’universo. Tale ancora “Das Eismeer” (Il naufragio della speranza o il mare di ghiaccio), la dolorosa accettazione di un destino definitivo: la paralisi dell’immensamente piccolo al cospetto del grande. La minuzia, rappresentata dalla poppa di una nave e il primo archetipo della grandezza; la messa in scena di una sproporzione inconciliabile. In siffatto piacere dell’orrore, la beatitudine si alimenta in assenza di un elemento cardinale che porta al calo dello sgomento: l’immagine della casa.

 La dimora, mancante dalla natura selvaggia, trascina nella rivisitazione del sublime che si fa debole dinnanzi all’elemento principio di identificazione per l’uomo. In un romanzo del 1945, “Les mas théotime” (La Fattoria), l’autore Henri Bosco raffigura l’immagine della casa come un grembo materno, spazio dove rinvenire riparo e salvaguardia. La riflessione che dallo scritto si muove, tratteggia la totale assenza di poetica nella perdita violenta del proprio alloggio. L’abitazione custodisce un’importanza che supera qualsiasi velleitario sentimento del sublime. Rappresenta le radici dell’esistenza, il porto sicuro dove tornare al riparo da una delusione che sulla soglia perde già il primo impeto distruttivo. Figura la sede al rientro da un male, da una giornata di pioggia, finanche da un bel viaggio. È l’anelito di sicurezza per il quale ci si affanna una vita intera. Si fa vita in un letto, intorno a un divano che raccoglie le confidenze, le presunte trasgressioni o il semplice riposo di una giornata. E non importa quanto sia bello, di valore, di pelle, di stoffa o con i colori passati degli anni ’70: è il nostro divano.

La casa è nel tetto, una volta che osserva le notti insonni, custodisce segretamente la carnalità di alcuni incontri e le lacrime per quel “mai più” pronunciato proprio sotto il suo sguardo. Il pavimento, parquet, cotto o marmo, calcato quotidianamente dai nostri passi pesanti, leggeri o danzanti sulle note di un nostro clima tutto interiore. Specchi, che senza interpellare reverenze psicanalitiche, sono sempre lì a ricordare la bellezza di un giorno quieto o l’impertinenza di una ruga nel trascorrere di un tempo meno sereno. I cassetti, che sono fedeli tesorieri di un passato di gelosia nella riservatezza, prendono forma in una fotografia sbiadita dei nostri genitori in viaggio di nozze, del primo diario segreto e di quella lettera stinta che è ancora messaggera di emozione.

La casa dunque, la dimora dell’infanzia, il nido di una coppia, la fortezza di un claustrale; il piccolo spazio che trattiene le fattezze della grandezza di un universo, quello della vita. La casa che figura come la quercia, la stabilità, il guscio di cemento dell’essere umano. La mobilità che non pensi mai di attribuirle poiché si può abbellire, colorare, cambiare, ma mai spostare. Convinzione che crolla in un istante fragoroso quanto il dolore, in un vento irrefrenabile che piega quella quercia sino a raderla al suolo. E il sublime che sgomenta nella distanza della contemplazione, si fa orrore, veste del nemico temibile perché invincibile.

Resta l’atrocità della mancanza, l’assenza del conforto in una vecchia foto, la nostalgia di quel soffitto anche nel ricordo della più atroce delle notti e la malinconia straziante di un vecchio talamo di amore. La perdita si fa corporea, prende fisicità in quel profluvio di lacrime che alcun solaio potrà più arginare. L’essere umano si frantuma nella sua nudità davanti a una platea gremita; nudità che è fardello insaziabile nel pudore di una parola dirimpetto a quella scatola magica senza più i connotati della magia. E, nello sguardo spogliato di chi quella tragedia l’ha solo scrutata, seppur da vicino, rimane una cantilena che si fa preghiera: “Non dimenticateci…”. Poiché succede, accade che si dimentichi qualcuno infine privo e privato d’identità e si perseveri nel ricordo di responsabilità da spartirsi, dei troppi perché e della modalità tutta italica di sviscerare gli sbagli del passato senza trarne insegnamento.

La creatura priva della casa, di quel grembo materno fatto di pareti e di quell’identità costruita negli anni è spogliata e indifesa. Agli altri, a noi, a chi scrive con l’abito e l’identità ancora integra, l’obbligo solerte di ascoltare quella preghiera: “Non dimenticateci!”.