Il federalismo è possibile e fattibile, dice Albert Dicey, quando “esiste un gruppo di nazioni vicine per luogo, storia, razza e capaci di portare, negli occhi dei loro abitanti, uno spirito di nazionalità comune.” Gli italiani esistono solo all’estero. In Madre Patria sappiamo bene le differenze culturali, linguistiche e sociali che delineano molto facilmente le diverse identità pan nazionali. Sebbene la televisione dal dopoguerra ad oggi abbia livellato i tanti strati etnico – culturali nella penisola, persiste ancora una diversità sostanziale che è legata a diverse esigenze politiche.

Durate il Rinascimento, il lucchese Francesco Burlamacchi, nonché gonfaloniere della città di Lucca, fu tra i più importanti e famosi politici italiani che auspicavano la creazione di una federazione di repubbliche cittadine. Il progetto di Burlamacchi doveva influenzare la nascita, nell’Italia settentrionale, di una confederazione di repubbliche: Lucca, Pisa, Siena, Firenze e Romagna. Nel 700′ grazie ad Immanuel Kant l’idea federalista si diffuse tra i tanti intellettuali illuministi dell’epoca che volevano contrastare l’ampio potere dello stato assoluto e centralizzato. Il napoletano Antonio Genovesi sulla scia di Kant, auspicava nel mezzogiorno e non solo, la visione federalista come disegno politico più consono alla tradizione italiana. Nell’800′ tra tutti i politici federalisti brillava più che mai la stella di Carlo Cattaneo, considerato il fondatore della corrente di pensiero federalista italiana.

Dopo l’Unità d’Italia il centralismo prese il sopravvento dapprima con i Savoia, poi con il fascismo e infine con l’egemonia democristiana. Solo nel 1970 furono create le regioni a statuto ordinario e le idee federaliste ripresero vigore fino al culmine dell’avvento della Lega Nord. Nel 2001, attraverso il Titolo V della Costituzione, alle regioni fu garantita autonomia in campo finanziario e organizzativo in tutte quelle competenze non affidate esplicitamente allo Stato. Così facendo si sono creati numerosi contenziosi tra Regioni e Stato riguardante le materie di competenza. Inoltre, il vero immenso problema è che non è cresciuta l’autonomia fiscale di pari passo con l’autonomia di spesa delle regioni. Ciò vuol dire che le regioni possono spendere soldi in molti campi diversi, ma senza doversi impegnare a riprendere il denaro utilizzato perché le imposte da dove gli enti regionali attingono soldi sono: compartecipazione all’IVA, addizionale IRPEF e IRAP. Imposte raccolte dallo Stato, che decide la quantità da prelevare, tranne l’IRAP che però può aumentare o diminuire solo dell1% dell’aliquota base. Il risultato è che questi enti spendono senza pensare a come coprire i buchi nei bilanci, affidandosi alle riparazioni statali che indirizzano i flussi di denaro.

E’ tempo che gli italiani si organizzino da soli, che abbiano la possibilità di puntare il dito contro chi sperpera il proprio denaro, di risolvere i loro problemi senza chiedere il permesso a nessuno. La verità è che gli italiani per troppo tempo non hanno avuto responsabilità sulle proprie spalle, disinteressati della cosa pubblica così lontana da vederla quasi come un nemico. Massimo D’Azeglio sbagliava: fare gli italiani è superfluo e antifunzionale, urge renderli autonomi da ogni inquadratura statale e liberi di sostenere il peso delle loro azioni.