L’arte espone la sua enormità nel dettaglio della descrizione, nell’intuizione della creatività, nella capacità di cogliere l’irripetibilità dell’attimo. È massima espressione d’ingegno, che vive d’astrazione celestiale e di trasposizione della stessa nella concreta crudeltà dell’esistenza. La sua è una funzione espiatrice: redime la sapienza dalla peccaminosa pigrizia. La sinuosità dell’ispirazione è ristoro e riposo, meditazione e introspezione, finezza ed eleganza. L’arte è la prova empirica della vulnerabilità del tempo: travalica i suoi confini, e ne limita l’incidenza. L’arte non invecchia, appunto. Confrontandosi con il contemporaneo, essa si svela attuale a qualsiasi circostanza, sfatando la fatica della senilità. Si contorna di un fascino intramontabile, la cui linfa è l’irresistibile attrazione del suo concepimento. Diversificato a seconda della sensibilità. La pittura è la praticità dell’immaginazione. La musica è la voce dell’anima. Il cinema è il megafono di un sentimento popolare. Proprio l’immediatezza della Settima Arte viene dilaniata dalla banalità dei giorni nostri, smarrendo la preziosità della morale.

La propiziazione contemplativa di una proiezione a luci spente si consuma generazione dopo generazione. La cinepresa ha perso di inventiva e di smalto, non ricucendo lo strappo fra il genio assoluto del Passato e la stucchevole ripetitività del Presente. Chiedere udienza alla garanzia qualitativa di un autorevole trascorso, è un’esplicita ammissione di colpevolezza. Rispolverare addirittura l’originalità di quarant’anni fa, equivale a costituirsi. La saggezza è di ieri, dunque. E Ugo Fantozzi e la sua sovrabbondante dose di polemicità sociale, la sintetizzando egregiamente. La macchietta ideata ed interpretata da Paolo Villaggio, è la parabola narrativa dello stereotipato italiano sfigato e bonaccione, asfissiato dalle direttive politiche e dirigenziali impostegli e dall’impotenza di una reazione. L’amore non corrisposto dalla signorina Silvani, la crisi d’identità all’incontro con Folagra, la sublimazione della propaganda elettorale, il perenne genuflettersi al Mega Direttore Galattico, la riluttanza quotidiana verso Pina e Mariangela, sono spunti per una riflessione profonda. “Fantozzi” rasenta il demenziale, ma aiuta a ricongiungersi con le rispettive criticità e a metabolizzarle proattivamente.

Se la carriera dei Siani e degli Zalone è affine alla cinematografia, la goffaggine fantozziana è liturgia artistica sopraffine, che insignisce la trama di longevità e di rispetto, nell’anticipazione di canoni etico-sociali. Il 40esimo anniversario della pellicola di Luciano Salce ci consegna la purezza di una comicità immortale, oltre che un’attualissima caratterizzazione del ceto dipendente. Paolo Villaggio ha incarnato i vezzi e i vizi di un pacchiano personaggio, lacerato dal servilismo e consumato dalla frustrazione, metafora di un’Italia economicamente miracolata e prospera, e sociopoliticamente dannata e squartata. Dietro l’ironia grottesca e l’ilarità spicciola, v’è l’angoscia di una denuncia, celata da esilaranti e trascinanti scene goliardiche – incise nell’immortalità del Cinema nostrano del XX Secolo -, che si specchia nell’odierno, in una grossolana interpretazione di un Paese mai stato covo di novità. Al netto della pertinenza dei congiuntivi…