Pochi giorni fa, in un clima profondamente scosso dai terribili fatti di Parigi, è saltato fuori un dato rilevante nel campo delle politiche economiche italiane. Il Governo Renzi ha finalmente fatto chiarezza sulla questione F-35, confermando lo stanziamento di circa 13 miliardi di euro per l’acquisto di 90 cacciabombardieri. A nulla sono valse dunque le numerose richieste della cittadinanza e del Parlamento (suo rappresentante) di ridurre le spese militari modificando, in questo senso, lo stesso programma. A rendere noto tale dato è stata infatti Rete Italiana per il Disarmo che ha trovato la riposta nell’attenta analisi delle settecento pagine dello Stato di previsione del Ministero della difesa per l’anno finanziario 2016 e per il triennio 2016-2018 ed in particolare nella tabella 11 dello stesso documento.

‘LA QUESTIONE DEGLI F-35’ Tralasciando per un attimo l’aspetto etico che sta alla base delle lotte portate avanti da diverse associazioni sull’acquisto degli F-35 e gli aspetti programmatici che lo riguardano, secondo Francesco Vignarca, coordinatore di Rete Italiana per il Disarmo, “il problema non è tanto che il Governo voglia comprare gli F-35, cui è legittimato a farlo anche se noi critichiamo ciò, ma è il fatto che dopo tutte le nostre campagne, le mobilitazioni territoriali, le manifestazioni della gente che non vuole questi aerei e le votazioni nel settembre 2014 delle mozioni che chiedevano i dimezzamenti finanziari, adesso tutto è sparito e nulla sembra essere cambiato”. Un fatto che sottrae, dunque, al Parlamento quel controllo istituzionale che è sinonimo di partecipazione e democrazia.

“C’è il tentativo, da tempo, di rendere opache molte delle informazioni che sarebbero necessarie sugli F-35 ed è per questo che, da tempo, chiediamo un incontro al Ministro della Difesa affinché vengano pubblicate tutte quelle informazioni che invece gli Stati Uniti pubblicano quando si tratta di questi acquisti”, spiega Vignarca a L’Intellettuale Dissidente. Sono tanti gli episodi, come gli ultimi eventi terroristici e non solo, che “vengono spesso sfruttati dalla Difesa per cercare di abbassare i tagli sia sugli F-35 che sul bilancio. Un meccanismo giustificatorio che fa breccia, purtroppo, sulla scarsa informazione dell’opinione pubblica. Va bene che c’è il terrorismo e dobbiamo combatterlo, ma noi a chi vendiamo le armi in Medio Oriente?”.

GUERRA NELLO YEMEN E BOMBE ITALIANE’ Il viaggio di Matteo Renzi in Arabia Saudita degli scorsi giorni, apre ampie riflessioni sia sull’aspetto dei diritti umani e delle loro violazioni in questo Paese, sia sul tema di quelle politiche economiche che di certo non vanno nella direzione di ripudiare sanguinosi conflitti come quello che si sta consumando tristemente nello Yemen. Due questioni certamente differenti e che, per questo, meritano differente trattazione. Soffermandoci sul secondo aspetto, non possiamo non riconoscere una partecipazione ‘implicita’ del nostro Paese in un conflitto che ha causato fino ad oggi migliaia di vittime e feriti, oltre che numerosi sfollati. Sono numerose infatti le bombe inesplose ritrovate in diverse città dello Yemen: bombe come la MK84 e la Blu109 direttamente prodotte dall’azienda tedesca RWM Italia di Domusnovas ed imbarcate (come nell’ultimo caso) dall’aeroporto civile di Cagliari Elmas.

“L’ultima fornitura italiana va addirittura a violare la legge perché non è più un discorso di prevenzione dato che sappiamo bene che l’Arabia Saudita sta bombardando lo Yemen”, ribadisce Francesco Vignarca, “e lo sta facendo senza nessun tipo di copertura internazionale. Sembra patetico parlare di prevenzione al terrorismo ed Isis quando poi sappiamo che quegli stessi Paesi che noi consideriamo alleati o a cui forniamo delle armi, spesso e volentieri ospitano nelle loro pance dei finanziatori dello Stato Islamico”.

Nonostante ciò, e nonostante sia palese che i sauditi bombardano da mesi lo Yemen, le condanne del segretario dell’Onu Ban Ki-moon e quella del Consiglio europeo non sono bastate al Ministro della Difesa Pinotti per fermare quelle che invece lei stessa ha definito ‘operazioni legali’. Secondo Roberta Pinotti, quella sul rifornimento di bombe italiane all’Arabia Saudita è una polemica quasi sterile dato che bombardare numerosi civili yemeniti sembra essere, anch’essa, un’azione regolare e rientrante nel principio che sta alla base dell’art. 11 della nostra Costituzione, quando si dice che l’Italia ripudia la guerra (ma non chi la fa).

‘A COSA SERVE LA LEGGE 185/1990?’ Perché si critica tanto il rifornimento italiano di bombe in Paesi come l’Arabia Saudita? Esiste una legge ben precisa in Italia in tema di esportazione di armi all’estero: la legge 185 del 1990. Una legge che vieta al nostro Paese di esportare armi belliche verso quei Paesi in conflitto, sottoposti a embargo o in cui vengono minacciati i diritti umani. Paesi che si pongono quindi in contrasto “con i fondamentali interessi della sicurezza dello Stato, della lotta contro il terrorismo” e quando siano scarse le garanzie “sulla definitiva destinazioni dei materiali”. Una legge che ha lo scopo di ottenere trasparenze sull’export di armi laddove, come accaduto durante il periodo fascista, si tende a nascondere queste operazioni alla società civile. Eppure a quei tempi, sbagliato o giusto che sia, almeno il popolo sapeva di andare in guerra. Oggi pur sapendolo, la nostra consapevolezza e le nostra indignazione non bastano nemmeno a mettere in discussione le chiare intenzioni di chi continua a decidere per noi, figuriamoci a fermarle. Alla faccia della democrazia.