Sicuramente è già capitato a tutti, in passato, di sentire notizie come quella di questi giorni, riguardante il nuovo monito dell’Ue nei confronti dell’Italia.  Certamente non sono nuovi i ragionamenti e le riflessioni su questo tema ma la domanda principale che bisogna porsi, tuttavia, è: cosa vuole questa Europa? Bisogna adottare un discriminante sulla definizione di Europa perché, in realtà, esistono due differenti concezioni dello stesso organismo e queste sono, per loro natura, totalmente opposte.

La prima è quella riguardante l’Unione Europea intesa come organismo sovranazionale incentrato sul procedimento burocratico,  che offre agli Stati membri, a causa delle innumerevoli regole e degli incalcolabili regolamenti, ben poco margine di manovra per decidere autonomamente le proprie politiche sociali. A causa di questo modello,  che è quello tuttora in vigore, gli Stati membri si trovano imprigionati in in vincoli, da loro stessi firmati anni addietro, che li obbligano a mantenere determinati standard.

Il secondo modello di riferimento, invece, è quello dell’Europa sociale ovvero, quella che adotta politiche fiscali,  economiche e sociali,  incentrate sullo sviluppo della persona nel mondo, preferendole a manovre che possano favorire le esigenze di banche e aziende. Essendo però imperante il primo tipo di Europa ci si trova con dei problemi riguardanti debito,  competitività, sviluppo, e disoccupazione.

Il primo problema è irrisolvibile in quanto, crescendo gli interessi sui prestiti di anno in anno, lo Stato italiano si ritrova nella situazione di non poter disporre mai del capitale necessario ad appianare il deficit. A causa di questo il paese deve, con i pochi fondi che possiede, sia adottare tutte le proprie politiche previste sia, nel contempo pagare i creditori.

Dal momento che il denaro in possesso della banca centrale italiana non è sufficiente a coprire i prezzi di tutti gli interventi pianificati, si supplisce a ciò con una serie di misure volte ad aumentare la tassazione; tagliare fondi di settori quali la sanità e la scuola; rendere precario il mercato del lavoro, oppure a richiedere nuovi prestiti per estinguere i vecchi.  Le imprese, schiacciate dalla pressione fiscale, o falliscono o assumono manodopera a basso costo per risparmiare sulle spese. L’effetto di riflesso è una massiccia emigrazione dei locali verso altri paesi. Questo costituisce un danno immenso all’economia interna.

Come ricorda l’onorevole Massimo D’Alema- il quale ha una grande esperienza politica all’interno delle stesse istituzioni politiche hanno partecipato all’integrazione europea- non potendo più noi svalutare, a causa dell’euro e della perdita conseguente di sovranità monetaria, la valuta, alterando il mercato  monetario,  siamo costretti, per ottenere un effetto equivalente, a fare la stessa cosa con quello del lavoro. Se non si cambia la direzione verso cui stiamo andando, il risultato finale non può che essere quello di rendere l’Italia una sacca di lavoratori a basso costo e sarebbe un destino alquanto triste per quella che è stata la culla della civiltà.

L’Europa, così come è organizzata, non è altro che un sistema di sfruttamento da parte dei paesi economicamente più solidi nei riguardi di quelli che viaggiano ad una velocità di sviluppo inferiore; un sistema nato viziato che favorisce le banche e schiaccia i cittadini, i quali si trovano ad essere solo dei numeri, delle masse, dato che le politiche economiche prescindono da quelle sociali.