Non è un mistero che la Germania abbia goduto dei più grandi vantaggi economici, a scapito delle collassanti situazioni finanziarie degli altri Paesi dell’Unione Europea, come del resto è prevedibile un pretenzioso atteggiamento tedesco in merito alla sottomissione delle economie straniere alla Troika. Non poteva di conseguenza mancare una dura opposizione, da parte del “gigante”germanico, all’istituzione dell’Edis, ovvero il sistema di assicurazione dei depositi europeo, il quale costituirebbe una manovra di prevenzione dai rischi di default bancario di qualunque stato presente nella Zona Euro. Secondo la logica germanica, i Paesi con bilancio positivo possono proseguire nella propria crescita e sviluppo, mentre, quelli in difficoltà non meritano la salvezza, bensì saranno costretti ad alzare la soglia del debito, in maniera tale che questi ultimi non possano minimamente ambire a un finanziario “sospiro di sollievo”. A questo proposito, infatti, non si può non menzionare la strumentalizzazione del debito pubblico (soprattutto nei confronti dell’Italia e della Grecia), il quale ha ben poco a che vedere con una crisi generata dalla speculazione multinazionale in borsa e dal camuffamento delle difficoltà economiche dei singoli stati occidentali.

Se, tuttavia, si analizza la situazione del Paese Germania, non si può affermare che quest’ultimo abbia avuto una crescita frutto di intraprendenza e di meritocratico funzionamento della macchina statale. Se sono stati conseguiti determinati risultati finanziari, ciò è in buona parte dovuto alla riduzione salariale nei confronti dei propri lavoratori più qualificati, strategia che ha consentito un buon “risparmio” e un conseguente sfoggio di ricchezza sui mercati esteri. Le banche tedesche inoltre, al fine di sostenere l’apparato industriale nazionale e la sua credibilità, (sempre a scapito della forza lavoro), hanno  generosamente finanziato gli acquirenti stranieri interessati alla merce prodotta sul suolo patrio.  Una manovra, questa, la quale ha costretto la Germania a impiegare 250 miliardi di euro per salvare i propri istituti di credito, mentre l’Italia è “ammanettata” economicamente, nonché costretta a non spendere più di tot miliardi per salvaguardare le proprie istituzioni. Per non parlare del sorprendente dato, per cui il 45% del sistema bancario tedesco risulta nelle mani dell’amministrazione pubblica, quando in tutta Europa l’ideologia liberista e dominante inneggia alla privatizzazione massiccia. Evidentemente, le regole sono ben accette fin quando non vengano applicate nell’orticello di casa.

Si tratta di situazioni che iniziano a suscitare il malcontento perfino nelle roccaforti dell’estremismo liberista italiano: la stessa Bankitalia lamenta le proprie limitazioni e capacità d’intervento istituzionale, quando invece numerose banche tedesche si sono abilmente sottratte alla legislazione e al controllo europei, costruiti appositamente per favorire queste ultime. Perfino dallo stesso governo Renzi giungono i primi segnali di mal contento, per l’iniquo e disuguale trattamento riservato alle finanze italiane, le quali necessitano urgentemente di maggiore gettito fiscale, piuttosto che di una finanziaria da 27 miliardi, la quale prevede il taglio dei bonus sanità pari a 3.

Sarebbe dunque l’ora, per il governo italiano, di iniziare a porsi delle domande sul proprio operato meramente accondiscendente ed esecutivo, come sarebbe il momento opportuno per rispondere all’affermazione “Ce lo chiede l’Europa” nel modo più appropriato: “E l’Europa cosa darà in cambio all’Italia?”