Poche settimane fa su Il Giornale Stefano Zurlo recensiva il libro edito dalla Mondadori La notte di Sigonella e firmato dal protagonista assoluto di quelle giornate di autunno del 1985: Bettino Craxi. Quell’orgoglio tutto italiano è stato ricordato a trent’anni di distanza dalla figlia Stefania, che nelle presentazioni tra Roma e Milano, ha voluto raccontare la libertà e il decisionismo di suo padre. Eppure il momento di raccolta e di celebrazione dell’ex premier socialista si è trasformato velocemente in una passerella per gli ospiti. Ora che la Nato ha iniziato l’operazione “Trident Juncture 2015” all’aeroporto civile di Trapani-Birgi (Sicilia), sede del 37 Stormo dell’Aeronautica militare, all’improvviso è calato nuovamente il silenzio sulla subalternità dell’Italia ai diktat statuniensi. Si tratta della più grande esercitazioni militare nel Mediterraneo dalla fine della guerra fredda e durerà fino al 6 novembre (oltre a quello italiano sarà direttamente coinvolto lo spazio aereo di Spagna e Portogallo).

La cerimonia di apertura svoltasi ieri a Trapani, che ne sarà uno dei principali centri operativi, ha visto la partecipazione del gene­rale statunitense Breed­love, Coman­dante supremo alleato in Europa (allo stesso tempo è anche capo del Comando euro­peo degli Stati Uniti, ossia fa parte della catena di comando Usa, ponendo di fatto la Nato ai piedi del Pen­ta­gono). Accanto a lui, il vice­se­gre­ta­rio della Nato, l’ambasciatore sta­tu­ni­tense Vershbow, che ha rimarcato la “vitale importanza” di questa esercitazione, il generale Petr Pavel, presidente del Comitato militare della Nato, che invece l’ha definita “un test per difendersi da attacchi terroristici”. Presente alla cerimonia anche il sottosegretario alla Difesa, Gioacchino Alfano, il quale ha smentito che la scelta di Trapani sia una sorta di “ripiego”, dopo le proteste in Sardegna dove inizialmente sarebbe dovuta essere il luogo nevralgico dell’operazione “Trident Juncture 2015”.

Le esercitazioni vedranno il coinvolgimento di 36mila soldati (dai 28 Paesi Nato, più 7 Paesi partner: Finlandia, Svezia, Ucraina, Austria, Bosnia Erzegovina, Macedonia, Australia), 150 velivoli (18 aerei da trasporto, 9 aerei cisterna, 3 guerra elettronica, 96 caccia, 18 elicotteri, 1 Drone Predator, 3 pattugliamento marittimo, 2 Awacs) e 60 navi (25 fregate, cacciatorpediniere e pattugliatori, 8 unità anfibie, 15 cacciamine, 5 unità ausiliarie, 7 sommergibili). Alfano, rappresentante per l’Italia ha concluso il suo intervento ricordando che l’obiettivo è quello di “mantenere forte il nostro impegno nell’Alleanza atlantica, assegnando ai suoi strumenti operativi le risorse e l’attenzione che essi meritano”, in modo che gli sforzi condivisi “verso un mondo più sicuro, stabile e prospero possano avere un successo sempre maggiore”. L’Italia farà di tutto dunque per essere la prima della classe. Ecco perché il governo fornirà 4.000 uomini, 35 velivoli (Tornado, Eurofighter, elicotteri, Amx, trasporto), 3 unità navali e metterà inoltre a disposizioni la base navale di Capo Teulada e quelle aereonautiche di Pisa, Grosseto, Pratica di Mare, Amendola, e di Decimomannu. L’aeroporto di Trapani-Birgi fungerà da centralino per l’intera operazione, esattamente come accadde nel 2011 in occasione dell’aggressione militare alla Libia di Muammar Gheddafi.

A parole “Trident Juncture 2015” è volta a verificare le capacità della Nato Response Force (Forza di reazione Nato, 40 mila effettivi), contro i pericoli sul fianco meridionale al di fuori del suo perimetro, come dimostrano la crisi libica, l’offensiva dei miliziani dello Stato Islamico, la guerra in Siria, ma in realtà l’obiettivo è quello di lanciare un chiaro monito alla Russia di Vladimir Putin che sta concentrando le sue forze a Kaliningrad, nel Mar Nero, nel Mediterraneo Orientale e in Medio Oriente (vedi l’intervento militare in Siria).

Articolo pubblicato su Il Giornale

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