” (…) qualsiasi atto mediante il quale sono intenzionalmente inflitti ad una persona dolore o sofferenze forti, fisiche o mentali al fine di segnatamente ottenere da essa o da una terza persona informazioni o confessioni, di punirla per un atto che essa o una terza persona ha commesso o è sospettata di aver commesso, di intimorirla o di far pressione su di lei o di intimidire od esercitare pressioni su una terza persona, o per qualunque altro motivo basato su una qualsiasi forma di discriminazione, qualora tale dolore o tali sofferenze siano inflitti da un funzionario pubblico o da qualsiasi altra persona che agisca a titolo ufficiale, o sotto sua istigazione, oppure con il suo consenso espresso o tacito.” Art.1 della Convenzione dell’ONU Contro la Tortura.

Si può discutere se quella avvenuta alla Diaz durante il G8 di Genova fu tortura o meno: c’è chi lo ha definito un orribile pestaggio, c’è chi ritiene che alcuni siano state vittime di un trattamento alla “cilena” da parte della polizia italiana, c’è chi pensa che gli “antagonisti” (per semplificarne la categoria), andavano fermati prima che finissero di distruggere una città. E’ una cantilena che va avanti da anni e come in tutti gli episodi oscuri della storia d’Italia, la divisione delle posizioni è la vera vincitrice, il tifo per l’una o per l’altra parte, per il poliziotto o per il manifestante: la logica da stadio che si estende e pervade tutto. A dirla tutta, c’è addirittura chi sostiene che lanciare o minacciare di lanciare un estintore contro un uomo sia giustificabile o magari eroico e qui si esce persino dal clima da stadio. Come sempre, insomma, un fatto che avviene in Italia diviene mezzo per dar vita al dibattito collettivo, al gioco delle contrapposizioni, il che è anche stimolante, soprattutto per quelli a cui non fa comodo che si conosca la verità.

Il fumo della chiacchiera crea sempre buoni effetti mimetici. Fatto sta che la Corte europea dei diritti dell’uomo si è espressa condannandoci rispetto quegli avvenimenti e chiedendoci di legiferare sulla tortura. Finalmente! Verrebbe da dire. Se non fosse che la tortura non è una fattispecie facilmente inquadrabile. Dove sta la sottile linea, ad esempio, tra il pestaggio violento e la tortura? Esiste una differenza marcata tra quanto pare sia accaduto o magari accade ancora nella prigione di Guantanamo Bay, con la privazione del sonno e l’esposizione al freddo ( metodi che sembrerebbero non essere più utilizzati, così come le autorità statunitensi stesse avrebbero confermato) e quanto accaduto alla Diaz? C’è analogia o distinguo tra Genova e Abū Ghurayb, 32 km ad Ovest di Baghdad, prigione al centro di uno scandalo per sevizie e umiliazioni provocate da soldati statunitensi?

“Sempre più aziende cinesi stanno facendo profitti col commercio di strumenti di tortura e di repressione, alimentando le violazioni dei diritti umani a livello mondiale”, dichiarò nel 2104 ad Amnesty International, Patrick Wilcken, ricercatore sul commercio di materiali di sicurezza e diritti umani, aggiungendo che “Questo commercio, che procura immense sofferenze, è in pieno boom poiché le autorità cinesi non fanno nulla per impedire alle aziende di esportare questi disgustosi congegni o per impedire che strumenti destinati ad attività di polizia finiscano nelle mani di noti violatori dei diritti umani”. Mandandoli in Africa, in Asia, mica a Genova. Parlando della Cina sarebbe utile ricordarsi, poi, dei “campi della rieducazione attraverso il lavoro”, delle celle nere e dei centri per il lavaggio del cervello. Questo per dire che l’Italia non è una nazione così retrograda e primitiva come vorrebbero farci credere in questo campo. Gli Stati colossi del mondo sono i primi a sembrare non esattamente in linea con le disposizioni incontrovertibili dei diritti umani in materia di tortura. Semplicemente, da noi, non c’è una legge a riguardo ma questo non vuol dire che siamo più disumani di altri. Fa pensare, in questo senso, che un reato di quel genere vada praticamente imposto mediante una sentenza di una Corte sovranazionale, esattamente come se l’Europa potesse moralisticamente ergersi a dama bianca dell’umanità.

Ma siccome, come da un po’ di tempo a questa parte accade, ce lo chiede l’Europa allora qualcosa faremo. Altrimenti, forse, non avremmo fatto niente e avremmo tenuto quelle due proposte di legge a bagnomaria nelle Camere per una quindicina d’anni. Forse per una volta l’Europa ci ha chiesto qualcosa di utile anche per noi. Ci si aspetta però che questa Europa, a prescindere dai suoi organi giudiziari, si faccia sentire con la stessa veemenza fuori dai confini continentali a condannare drasticamente episodi più evidenti del caso di Genova.