Nelle catilinarie Cicerone apre il suo discorso ex-abrupto, rivolgendosi direttamente all’imputato con le famose parole parafrasate nel titolo. Ci permettiamo quindi, oggi, alla luce delle ultime rivelazioni nell’ambito delle inchieste sulla corruzione, in particolare cioè quella capitolina, di rivolgerci con le stesse parole all’Italia, anzi all’Italietta, nel mondo ormai riconosciuta patria della delinquenza e della disonestà, in cui passano gli anni ma tutto permane invariato, nel senso che di giorno in giorno va peggiorando, tenace e fedele nel proposito di mantenersi pura nella sua deviata anima corrotta, e ostinata nel non deviare dal sentiero per l’abisso verso cui tutti ci stiamo dirigendo o siamo trascinati. Per quanto ancora, dovremo sopportare questo ributtante stato di cose? O piuttosto: per quanto ancora potremo sopportare tutto ciò?

Perché tutto ha un limite, anche se questo non sembra potersi dire, almeno finora, della pazienza(o della stupidità?) degli italiani, popolo noto per essere sì certo ospitale e accogliente, socievole e tante altre qualità davvero encomiabili, ma anche, con la stessa disinvoltura, per essere egoista, spudoratamente calcolatore, rapido voltagabbana, tanto da scadere nel peggiore cinismo, se non proprio in una feroce indifferenza, veramente senza scrupoli quando si tratta dei propri interessi. Interessi infatti che richiedono spesso il silenzio, la comoda ignavia, il cauto immobilismo, l’omertosa girata di sguardo, quando questi si imbatte in qualcosa in cui non dovrebbe. La classe politica, cui giustamente sono attribuite oggi buona parte delle colpe, non è però né casuale né mai veramente imposta dall’alto, almeno in ciò che dovrebbe essere la democrazia, tutt’altro è, come rappresentate di una realtà elettorale, specchio in qualche modo della situazione nazionale, dei suoi rapporti di forza, e lo è certo macroscopicamente, in maniera distorta perché ne ingrandisce e aumenta le proporzioni, in scala diversa ma che essenzialmente riproduce lo stesso oggetto.

L’italiano non è solo, quindi, il delinquente che elargisce o riceve mazzette, ma certo è anche questo e la maggioranza dei cittadini, in Italia, non sarebbe probabilmente in grado, sotto la pressione del potere e del denaro, di resistere alla tentazione e vi cederebbe, non solo perché suscettibile, in quanto fatta d’uomini, a tali sollecitazioni, ma perché difetta, non diremo di una moralità, ché troppo antiquato come concetto, ma di un minimo di senso civico che invece è soffocato dalla mentalità non già del più forte bensì del più furbo. Nulla, dunque, che richiami nell’italiano un lontano senso di coscienza che lo spinga a essere onesto. Tutto invece nel suo paese sembra suggerirgli, se non intimargli o imporgli come condizione necessaria per sopravvivere, l’uscita dalle regole, il sotterfugio, la scorciatoia, l’escamotage, sempre ovviamente ai danni degli altri. Ed è così che quando arriva il momento di guardarsi allo specchio, solitamente una volta ogni vent’anni, e la merda risale l’acqua dalle sue profondità e affiora senza veli, l’opinione pubblica reagisce alterata cercando di coprirla pudicamente con la solita foglia di fico, cercando cioè di minimizzarla, di silenziarla, di istituzionalizzarla, in realtà intraprendendo delle vere e proprie campagne di falsificazione sistematica con il preciso scopo di demolire pezzo per pezzo la scomoda verità, in parte accettandola in sostanza rifiutandola. E’ quello che accadde con tangentopoli, che nonostante tutto avrebbe portato a casa importanti risultati, più ancora di quelli conseguiti, se non fosse stata prontamente neutralizzata, cioè relegata in un preciso contesto storico, come se la corruzione dopo di essa non ci potesse più essere, e infatti poi ci fu, a Milano per esempio con gli appalti Expo.

La questione romana, per quello che almeno finora è stato possibile sapere, non è quindi che la punta dell’iceberg, che si estende sotterraneamente: quando si parla di milioni, infatti, si dovrebbe pensare ai miliardi; quando si parla di Roma, si dovrebbe pensare all’Italia, se non all’Europa. Con moto circolare ci riportiamo infine al capo del discorso, alla sua formula interrogativa: Per quanto ancora potremo proseguire così? Per quanto ancora una ristretta cerchia di personaggi potrà, da parassiti quali sono, speculare sulla pelle degli onesti (ovviamente inesistenti in Italia se non con il nome di allocchi, o deficienti o roba simile), sulla pazienza nostra? Per quanto ancora si avrà il coraggio di affermare che il problema dell’Italia è l’articolo 18, o la riforma del Senato, o l’estensione degli ottanta euro alle neo mamme, o gli immigrati, mentre tutto crolla, e la corruzione dilaga? La soluzione, che nessuno può pretendere di avere, non è, al contrario di ciò che si può pensare, la rivoluzione, che non è qui né caldeggiata né appoggiata. Rimane la costatazione di un dato di fatto che lascia davvero ben poche speranze, alternative o vie di uscita e che sconforta e delude, svuotandoci del poco di fiducia rimasta verso il futuro. In Italia comunque, sarà difficile un cambiamento che non sia di meramente linguistico (“cambia-verso”). L’Italia dunque non cambia, ma gli italiani cambieranno?