Massimo Giannini ha strappato il velo di Maya. È uscito dalla caverna. Più popolarmente, e prosaicamente, ha scoperto l’acqua calda. Il PD aspira a controllare (tra le tante cose) anche il servizio pubblico televisivo, ossia la Rai. Così come aspirava a controllarlo Forza Italia/PDL ai suoi tempi d’oro, e così come tanti altri prima. Niente più di una manifestazione del paradigma  del potere che vuole controllare e indirizzare a suo piacimento l’informazione.

Fa un po’sorridere che a sollevare la questione sia uno come Giannini, uno che di acqua (non calda stavolta) al mulino del PD ne ha portata parecchia ai tempi in cui era vicedirettore de La Reppubblica, uno del quale può dirsi tutto tranne che sia un giornalista dissidente. A dire il vero la scena del conduttore di Ballarò che non piega la testa davanti alle soverchierie del potere ha un colorito farsesco, proprio in virtù delle caratteristiche e dei trascorsi dell’attore in scena. Attore, Massimo Giannini, che a dire il vero potremmo azzardare a definire ingrato, come il convitato che sputa nel piatto dove ha riccamente banchettato.

“La Rai mi può licenziare. Il PD, con tutto il rispetto, proprio no” ha tuonato via twitter Giannini, indirizzandosi più di tutti al segretario della Commissione di Vigilanza Rai Michele Anzaldi, che la settimana scorsa è arrivato a chiedere la testa del conduttore per aver definito coloritamente “rapporti incestuosi” le relazioni intercorrenti tra Banca Etruria e il Governo Renzi, con riferimento al conflitto d’interessi della ministra Boschi.

Non solo. Si è anche autoincoronato giornalista “non allineato”, perseguitato dall’opprimente censura di regime. Ha infatti aggiunto, durante l’editoriale di martedì, che “è penoso che, per contestare un programma evidentemente considerato fuori linea, si usi un argomento così strumentale […]”. E qui è finito irrimediabilmente, con tutte le scarpe, nel comico. Se Floris con il suo Ballarò poteva avere qualche guizzo di indipendenza, pensare a Giannini e al suo programma in termini di non allineamento non è nemmeno un ossimoro, bensì pura sinestesia. Segno dei tempi, d’altronde.

Ma del pur discutibile Massimo Giannini in questa vicenda vanno comunque prese le parti, poiché il suo “male” è adombrato da un male ben più sinistro e tentacolare, quello del PD che vuole a tutti costi incanalare l’informazione pubblica nei suoi sacri canoni. Come già detto, oggi il PD, ieri Forza Italia, avantieri la DC. Il punto non è questo. Il punto è che questo subdolo processo abbia trovato nel nostro ordinamento piena e ufficiale istituzionalizzazione, con la presenza nel nostro Parlamento di una Commissione chiamata “di Vigilanza Rai”. È qui il paradosso tragicomico della vicenda. Non è la Rai che con il suo servizio pubblico dovrebbe essere una grande “commissione” di vigilanza sull’operato del Parlamento e delle istituzioni repubblicane? No, nel nostro Paese una Commissione di politici si riunisce indisturbata alla luce del sole per “vigilare” sull’operato servizio pubblico nazionale, ed eventualmente lanciare le sue scomuniche, come nella risibile storiella di Giannini.

Quindi non inveiamo ( o non inveiamo troppo) contro il minuto Giannini o contro il PD –che d’altra parte è guidato da un uomo che nei suoi comizi si diverte a far votare il peggior giornale dell’anno- ma domandiamoci come sia possibile in un paese non democratico, ma civile, una concezione degli equilibri potere-informazione come quella che abbiamo noi, in cui il primo controlla con organi ufficiali la seconda, facendone il proprio personale feudo. Una dinamica questa, che svela appieno quanto ormai in Italia il sopra sia sotto e il sotto sia sopra (per non parlare della destra e della sinistra, che non si sa proprio più dove stanno).

P.S.: l’Italia nel 2015 è risultata essere al 73esimo posto nel mondo per libertà di stampa, dietro Botswana, Suriname, Burkina Faso e tanti altri. #sapevatelo.