di Lorenzo Sarri

Firenze. Se il compianto Goethe, redivivo, decidesse di ripetere il suo Grand Tour lungo la penisola, e si ritrovasse a passeggiare nel centro di una qualsiasi città italiana, meglio se di provincia in modo da non confonderli con il variegato flusso turistico –altro flagello che sferza le carni del nostro sfortunato Paese- sarebbe certamente stupito da ciò che vedrebbe, ma con la sua potente razionalità di tedesco certo saprebbe riconoscere e classificare ciò che vedrebbe, categorizzandolo forse come segue i figuri che incrocerebbe nel suo andare.

Ecco dunque i primi: cappellini con la visiera con scritto “OBEY” a caratteri cubitali, pantaloni “a bracaloni” –come si diceva un tempo in Toscana- per i maschi, canottiere di improbabili colori e fatture per le donne, il tutto condito da un linguaggiare spesso di assai basso registro, costellato di espressioni facenti riferimento alla più bassa sensualità e di bestemmie così come la Val d’Orcia lo è di cipressi, e il Chianti di vigne. Dall’altro lato della stereotipata e così immaginata Piazza del Duomo, seduti al sole, magari al telefono, o intento a puntare con scuri occhi di Rhodesian Ridgeback qualche esemplare femminile di adolescente nativa, il viandante troverebbe una nuova categoria sociologica che da qualche anno pare affollare l’orizzonte degli eventi del continente europeo tutto, ovvero il “migrante”: che però del rondone ha solo molto spesso il colore della pelle, e assai di rado la grazia del volo. Eppure, questo strano tipo umano spesso più somigliante a Cassius Clay che non a Luciano di Samosata –e che tuttavia spesso asserisce di fuggire, quale novello Enea sbarcato sulle itale rive, dalla Siria- è vestito come l’indigeno, ha la sua stessa età, possiede in genere lo stesso modello di cellulare, adotta la stessa gestualità e –si suppone- il medesimo registro linguistico.

L’indigeno e il migrante siedono, dunque, sulla ipotetica Piazza del Duomo: scrutano con occhi vuoti ora la cattedrale, ora il battistero, ora il vetusto palazzo comunale da dove i priori, nel XIV secolo, arringavano magnati e calzettai per incitarli alla guerra contro la città vicina: eppure tutto ciò, per entrambi, non ha significato, non più che un quadro di Malevich per l’uomo medio. Volendo fare tuttavia un’ipotetica disamina della futura società europea, va precisato che finora si sono tratteggiati per cenni solo i Meteci e gli Iloti della radiosa, utopica, futura Sparta che verrà. Si tratta di coloro che i più avvisati hanno definito come “semicolti”: essi, vera e propria casta sacerdotale dell’erigenda nuova Sparta, hanno tuttavia maggiormente i tratti degli scribi e farisei della Gerusalemme di Erode che quelli degli ierofanti ellenici. Pure essi li si vedrà trottare per il nostro degradato centro storico postmoderno, armati di bicicletta, occhiali a lenti spesse montati in tartaruga, pantaloni col risvolto –che se avevano un loro senso nell’era del punk ora ce l’hanno assai meno- o di voluminosi cappelli se femmine, intenti a discutere di libri o articoli di argomenti tra lo scatologico e l’ozioso, a fustigare il popolaccio, e in definitiva a farsi ultimo reparto di difesa del potere europeo costituito.

Il modello culturale che la nuova società dei liberi offre non può essere che quello statunitense, fatto di musica, di gesti e di abitudini propri di sottoculture già degradate, estranee a ogni tradizione preesistente ma buona a fare dell’europeo e del “migrante” un uomo in tutto sradicato e funzionale all’economia capitalista. Non è dato sapere purtroppo come il redivivo Goethe commenterebbe tanto sfacelo, ma è probabile che vorrebbe darci qualche raccomandazione: la prima potrebbe essere cercate di far rinsavire i vostri padri, che hanno pur se a volte inconsapevoli permesso tutto ciò. La seconda, prendete metaforicamente per mano i vostri fratelli o cugini adolescenti e raccontategli la bellezza della cultura greca e del Medioevo, e consigliate loro di vestirsi con proprietà. La terza, se quella che si presenta è la nuova Sparta, siate allora la rediviva Atene.