Messa la punta del compasso sul 2015, apriamolo e ruotiamolo all’indietro di venticinque anni. Millenovecento novanta, è qua che, a grandi linee, si colloca l’inizio di quel processo di disimpegno progressivo e totale dello Stato dalla società civile che teorizzano i trattati europei. La quotazione di Poste e Ferrovie è infatti solo un altro piccolo passo, mediato dal recepimento dell’ennesima direttiva bruxelliana, lungo quel percorso tracciato negli anni Ottanta, in concomitanza con la stretta sull’integrazione europea.

In previsione dei trattati, si consumò in quegli anni un radicale cambio di rotta nella politica economica del Paese. Quel timido e forse casuale tentativo di terza via della Democrazia Cristiana, impersonato da Petrilli, presidente dell’Iri per vent’anni, che teorizzò l’impegno anti-economico delle risorse pubbliche in investimenti di pubblica utilità, quel timido tentativo che nel bene e nel male aveva garantito quarant’anni di benessere economico all’Italia, venne spazzato via dalla rivoluzione reaganiana e tatcheriana, pienamente recepita dai trattati UE. L’Iri, all’epoca una delle dieci più grandi aziende del mondo, venne pian piano dismesso. Già allora furono i feticci del debito e della stabilità di bilancio le armi propagandistiche impiegate per giustificare le privatizzazioni, nell’attesa dell’avvento dell’Unione.

La radicalità del ribaltamento di paradigma e le sue piene conseguenze non sono mai state comprese appieno dall’opinione pubblica: in sostanza, si sacrificò la piena occupazione sull’altare della stabilità dei prezzi. Il nemico divenne l’inflazione, in realtà dovuta principalmente a shock esterni di natura politica, che venne a coincidere, nell’immaginario, col modello di sviluppo fin lì perseguito dall’Italia, il capitalismo di Stato. La parola d’ordine divenne efficienza, dunque mercato, dunque meno Stato. Le aziende vennero risanate, perlomeno nei conti, e vendute oppure liquidate.

Chiudendo mano a mano il compasso, arriviamo al giudizio della Corte dei Conti, nel 2010, sulla colossale opera di dismissione del patrimonio pubblico. La negatività dei risultati è chiara: sfruttando la situazione di monopolio di partenza, i capitali privati subentrati al pubblico hanno aumentato i profitti aumentando le tariffe, senza progettare alcuna strategia d’investimento a lungo termine. Infatti siamo cinquantaquattresimi al mondo per velocità di connessione internet e ci ricordiamo della privatizzazione di Telecom. Parallelamente, sempre dai primi anni Novanta, la produttività italiana smette di crescere. Che i mancati investimenti delle più grosse aziende del Paese c’entrino qualcosa?

Ma quando si parla di economia politica è sempre bene tenere a mente le dinamiche di lungo periodo e le condizioni strutturali dell’area di interesse. Se addirittura si cerca di dare un’indicazione, un indirizzo politico, a maggior ragione di deve avere ben presente la complementarietà tra un modello economico e le potenzialità reali di un paese, cioè la sua vocazione naturale. Bene, in un sistema liberista e globalizzato, dato l’attuale impiego degli attuali fattori di produzione, l’Italia è un paese povero, poiché non dispone delle risorse naturali necessarie per prosperare in questa fase storica, con questo determinato sistema di produzione. Poca energia, pochissimi combustibili fossili, poche materie prime, poco lavoro e pure scarsa concentrazione di capitali.

Dunque fare un certo tipo di impresa in Italia è antieconomico per definizione, e si tratta di settori fondamentali, propedeutici all’attività profittevole delle altre imprese, come l’energia e la metallurgia. Nel modello definito di Capitalismo di Stato, quello dell’Iri, dell’Eni di Mattei, della grande impresa pubblica, era lo Stato a farsi carico di quei settori che per ragioni strutturali non hanno quartiere in Italia, eppure strategici e fondamentali per lo sviluppo di un’economia industriale e necessari anche oggi per una post-industriale.

A queste problematiche geoeconomiche strutturali si sommano problematiche storiche e sociali che riguardano in primis la classe dirigente del Paese. Scorrendone rapidamente la storia, si nota come l’Italia abbia sempre difettato di grande impresa privata, perché ha sempre difettato di grandi capitali privati. Dunque privatizzare spesso significa subire un investimento estero (subire, perché un investimento estero, se si è un Paese ricco, non lo si attrae, lo si subisce), dunque non solo mancano gli investimenti ma i profitti derivanti dalla condizione di monopolio vanno ad aggravare la bilancia dei pagamenti.

Più importante, i grandi capitalisti privati italiani hanno sempre difettato di una chiara visione strategica per il Paese che avesse come fine il bene comune. Non sono mai riusciti a fasi classe dirigente sul piano politico, oltre che su quello economico, per perseguire gli interessi del Paese invece dei propri. A questa mancanza di vitalità sana del privato, ha sempre dovuto supplire il pubblico, sia nel periodo liberale post-unitario, sia durante il fascismo post-29, sia nel dopoguerra. La supplenza è servita sia sul piano economico che sul piano politico: da un lato ha garantito la modernizzazione del Paese, sia direttamente sia indirettamente (in quanto volano per le pmi); dall’altro ha consentito una certa equità sociale, nel dopoguerra, fungendo da contraltare reale all’impresa che persegua unicamente il profitto.

Dunque quando si parla di privatizzazioni in Italia, e bisogna insistere sulla specificità territoriale e storica della realtà italiana, si parla di fatto dell’adozione di un modello di sviluppo intrinsecamente fallimentare per il Paese. In altre parole, si parla di declino.

Eppure è necessaria un’altra riflessione, di carattere più propriamente politico, che travalica i confini e gli interessi strettamente nazionali. Il disimpegno dello Stato dall’economia comporta infatti l’adozione di un modello di Stato minimo, non più attore ma mero regolatore della vita economica e dunque sociale del Paese. E’ un modello di derivazione anglosassone, di lunga storia, che pone un problema politico di deficit di democrazia. Questo stato minimo rischia infatti, ai tempi della globalizzazione, di essere uno Stato debole, in balìa di quei potentati economici di cui esso stesso ha favorito la formazione. Veri detentori del potere di agire nella società civile, dunque nella realtà, dunque di agire tout-court, le grandi concentrazioni di capitale privato vedono un’enorme sbilanciamento in loro favore dei rapporti di forza con lo Stato. E’, in altre parole, il trionfo della società civile sulla società politica, la società civile, coi suoi nuovi centri di potere, che si fa società politica.

Dismessi i panni dell’attore principale, lo Stato non rimane come sceneggiatore ma in molti casi esce di scena. Perse le sue braccia, dunque la capacità di agire, subisce uno svuotamento di senso e dunque di potere. Ecco quindi che il futuro viene inventato e realizzato dall’economia, non dalla politica. Avviene così la trasposizione del cittadino in consumatore, la facoltà di indirizzo espressa in forma diretta nel voto viene sostituita dall’acquisto, dalla scelta consapevole del prodotto, dunque della politica aziendale a cui quel prodotto deve la luce.

Volendo leggere la storia con le lenti del presente, tutto ciò era ben chiaro ad Ottaviano Augusto quando si dedicò alla stabilizzazione e istituzionalizzazione dell’enorme potere che aveva accentrato nelle sue mani. Finendo per coincidere, in quanto princeps, con lo Stato, si preoccupò di costituire il patrimonio personale dell’imperatore. Non il suo patrimonio personale, ma quello istituzionale della carica imperiale. Un’enorme e intricata rete di ville, poderi, centri manifatturieri, grandi latifondi, persino città, che facevano, utilizzando impropriamente le categorie storiche ma altresì di fatto, dell’imperatore, e dunque in un certo senso dello Stato, il più grande capitalista del Paese. Augusto capì infatti che un imperatore senza portafoglio era inerme di fronte alle grandi famiglie senatorie e del cavalierato.

Oggi cambiano gli attori ma il significato rimane lo stesso: uno Stato senza articolazioni, senza una reale presenza economica, dunque una presenza in quell’aspetto della realtà che sta divenendo la ragione di senso dell’identità umana, è uno Stato in balia del patriziato di oggi, di quelle grandi corporazioni private che si vanno ponendo, a tutti gli effetti, come centri di potere autonomi, transnazionali, aterritoriali e gerarchici. Questo è un altro punto chiave. La società civile è strutturata su rapporti strettamente gerarchici in azienda e di classe al di fuori di essa. Alla patente di sangue si è sostituita la ricchezza, ma in azienda non si vota, si esegue. L’unica forma di democrazia rimasta è quella indiretta del consumo. Dunque privatizzare non serve né all’Italia né alla dignità dell’uomo.