Sin dall’inizio del suo mandato, Matteo Renzi non si è mai mostrato particolarmente incline a seguire il sentimento popolare. Di conseguenza, ha anche sbriciolato le arcigne barricate che hanno plasmato la sua immagine durante la campagna elettorale delle Primarie del dicembre 2013, e grazie alle quali sperava di opporsi alla casta della vecchia nomenclatura. Qualche mese successivo al suo insediamento nella segreteria del Partito Democratico, però, i piani dell’ex sindaco di Firenze sono notevolmente variati: i 100 giorni sono diventati 1000, il rigetto verso ogni forma di potere costituito s’è trasformato in affiliazione al sistema che s’era prefisso di sconfiggere, e le proposte di riforma si sono dimostrate un ottimo espediente narrativo per manipolare l’attenzione collettiva ed indottrinarla al culto del renzismo. Omettendo qualsiasi argomentazione che prevedesse una modalità per risollevare le sorti del benessere comunitario.

Che non coincide necessariamente con il desiderio sfrenato di appagare i propri bisogni, né con la spasmodica inclinazione di riempirsi la pancia, affamando il prossimo. Piuttosto, si esprime nella “essenza del politico”, parafrasando Julien Freund: provvedere alla tutela delle grandi masse, preservandone la ricchezza ed incrementandola. Possibilmente, senza che banche ed affini costole del capitalismo finanziario ingeriscano a dismisura nelle dinamiche pubbliche, prodigandosi soltanto all’esaltazione del profitto privato. In linea con ciò, Renzi non perde occasione per ricordare della sua incapacità di agire a chiunque ancora lodi in modo faziosamente miope la sua spicciola competenza. Banco Popolare, UniCredit ed Ubi – tre fra i principali cardini dell’attuale complesso bancario italiano – apporteranno un’aggiunta campione di 25 euro su ogni estratto conto. A diniego di quasi 13 milioni di clienti implicati, pari a circa il 20% dell’intera popolazione nostrana.

Tutto per adeguarsi alle disposizioni sulle spese relative al Fondo Nazionale di Risoluzione, che, sorvolando sui tecnicismi, si profila come un’enorme usurpazione legalizzata di quattrini ai danni della collettività, volta a risanare speculazioni di svariati colletti bianchi a cui non verrà torta nemmeno la stoffa delle tasche. “La distinzione tra un banchiere e un usuraio è puramente nominale”: Pierre-Joseph Proudhon fu addirittura ottimista nelle previsioni. Infatti, la tirannia bancaria continua a strozzare correntisti e creditori, famiglie e piccoli/medi imprenditori, nel silenzio assenso di Palazzo Chigi e di quello Stato che sembra aver smarrito completamente la sua impronta sociale. La manovra presentata da Banco Popolare, UniCredit ed Ubi, sgomenta per ferocia e prepotenza: violente caratteristiche che da tempo immemore contraddistinguono la dispotica indole degli istituti finanziari, ma che oggi appaiono ancora più marcate. E lacerano la quotidianità e (soprattutto) l’avvenire di milioni di persone.