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Alesina e Giavazzi colpiscono ancora, complice il Corriere della Sera. Nel fondo del 15 aprile la coppia di economisti neoliberisti paventa nuovamente piaghe bibliche a causa del debito pubblico italiano. Già l’incipit del pezzo, benevolo verso il Governo, spinge ad una considerazione. Si capisce perché il neoliberismo da vulgata popolare abbia successo: a nessuno piacciono le tasse, compresi i poveri, e il neoliberismo, specialmente nella versione di Alesina, le aborrisce. Ora, chiaramente, le gabelle scontano il peccato di colpire vicino al cuore di ognuno di noi, ma di redistribuire lontano dagli occhi, dunque i loro benefici per i meno abbienti appaiono meno evidenti di quel che in realtà siano. Detto ciò, altrettanto chiaramente, una pressione fiscale troppo elevata è un problema. Questa considerazione perché il duo di punta del nostro pensiero economico mainstream elogia Gentiloni per aver trovato l’inezia chiesta dall’Europa, i famosi 3,4 miliardi, tagliando invece che tassando. Subito, però, i nostri prodi, dopo averci fatto tirare questo bel sospiro di sollievo, ci ricordano la terribile spada di Damocle che pesa sulle nostre teste: il nostro colossale debito pubblico. Sì, lo sapete sicuramente già, ogni italiano nasce con 38mila e rotti euro di debito sul groppone eccetera, eccetera…

Ci sarebbe subito, quindi, da contestualizzare storicamente la questione del debito pubblico. Oggigiorno infatti, il problema di questo benedetto debito è che va finanziato ricorrendo ai magnanimi mercati finanziari, enti immateriali pluri-capitati, a mo’ di dire, che per hobby prestano soldi a Stati gravati di oneri finanziari. Ora, sapendo bene che tassare di più è impopolare, così come tagliare la spesa pubblica, e che uno Stato di solito affronta costi, ma non produce profitti, ci sarebbe da chiedersi come mai questi enti caritatevoli decidano di fidarsi degli Stati, prestando loro soldi in cambio di un interesse che di questi tempi è piuttosto basso. Storicamente lo fanno perché uno Stato sovrano non può fallire, dunque perché il rischio di capitale è ancora più basso del già misero interesse. Questo vale per un bel po’ di Paesi in giro per il mondo, tranne quelli che decidono di agganciarsi ad un sistema di cambi fissi, rinunciando di fatto ad avere una politica monetaria autonomia, la famosa sovranità monetaria. Guarda caso, l’Italia è tra questi, avendo aderito a quell’enorme atto politico compiuto in senso contrario ai dettami di ogni corrente di pensiero economico che risponde al nome di Unione Europea. Come disse Giuliano Amato, un tempo anche Presidente del Consiglio, “abbiamo fatto una cosa mai vista, una moneta senza Stato!”.

Giuliano Amato racconta l’ingresso nell’euro.

Questo fatto incidentale così trascurabile in realtà non è, visto che espone terribilmente i Paesi coinvolti alla speculazione finanziaria. Gli organismi portatori della vecchia sovranità, cioè gli Stati-Nazione dell’area-euro, si sono infatti privati degli strumenti di politica economica in grado di calmare le acque agitate della finanza, come i controlli alla circolazione dei capitali in primis, o come la possibilità di monetizzare il deficit dei conti pubblici, quello che volgarmente si chiama stampare moneta. Qui urge subito una precisazione: non è che prima i problemi economici non esistessero. Essenzialmente però un Governo doveva guardare alla bilancia dei pagamenti. Fin che quella manteneva un equilibrio strutturale, cioè si incassava dall’estero quello che si spendeva fuori dai confini patrii, era possibile attuare sostanzialmente ogni tipo di politica economica all’interno. Se il disavanzo di bilancia si faceva grave, invece, l’arma più valida era la svalutazione, che permetteva di recuperare competitività, rilanciando così l’export e riducendo contemporaneamente l’import. Insomma, l’Italia della liretta.

Qual era però il rischio di un tale modello di sviluppo? Beh, come ci hanno ripetuto per secoli i nostri politici, quello di perdere il treno europeo. Non solo la possibilità di entrare nell’Ue, ma quella di rimanere agganciati al loro livello di sviluppo. Se continui a dover svalutare significa che la tua economia non tiene il passo, che non produci abbastanza valore, che non sei abbastanza produttivo, in sostanza che tieni in piedi aziende incapaci di competere ad armi pari. Sui motivi di questa incapacità ci sarebbe di che disquisire a lungo, si va da svantaggi competitivi strutturali ai quali si è tentato di ovviare col sostegno pubblico dato l’interesse strategico di quei settori (vedi alla voce siderurgia), all’incapacità di buona parte del ceto imprenditoriale privato, e così via fino a, forse, una scarsa vocazione degli italiani per il capitalismo. Il concetto di fondo però è che, se da un lato tuteli l’occupazione e in parte il reddito, dall’altro la svalutazione è il sintomo di un “perdere terreno” rispetto a chi fa corsa di testa, significa che sei meno bravo e allora ti adatti ad una nicchia di mercato che sta un gradino sotto agli altri ed è bene ricordarci che proprio in quegli anni andava emergendo la Cina, che ci ha fatto una concorrenza spietata nei settori a basso valore aggiunto dove eravamo forti.

“La dottrina neoliberista è una follia [… ] e i suoi esecutori “sul campo” sono molto pericolosi. Questa è la strada verso lo schianto, l’abbandono del cristianesimo, saremo tutti schiavi, tutti vittime delle privatizzazioni, con il bene comune svenduto a quattro soldi senza risolvere niente. Ci ritroveremo senza territorio pubblico, come sta avvenendo in Grecia”. Paolo Maddalena, Magistrato

Per ovviare a questa scarsa propensione all’innovazione, ad accettare e possibilmente vincere la competizione nei settori di punta, nuovi, (e più probabilmente per “obblighi” geopolitici), la nostra classe dirigente ha pensato bene di privare il Paese dell’arma della svalutazione. Il concetto, insomma, era quello del “o la va, o la spacca”, e venticinque anni dopo si può dire che siamo stati spaccati.

Torniamo ora al debito pubblico, che ha cominciato ad essere un problema proprio in concomitanza con queste scelte di politica economica (e ci sarebbe da chiedersi, nuovamente, se prendere quella scelta pur sapendo che Maastricht avrebbe bastonato in particolare i Paesi con un alto debito, noi in primis, abbia avuto un senso). Senza sovranità monetaria non c’è possibilità di monetizzazione, con la liberalizzazione dei mercati finanziari si offrono ai risparmiatori italiani altre forme d’investimento, è chiaro che a quel punto il debito lo devi finanziare sui mercati finanziari, cioè devi renderlo attrattivo per i capitali, nostrani od esteri non ha importanza. L’unico modo, data la situazione finanziaria e produttiva del Paese, è offrendo un tasso d’interesse che gli investitori considerino congruo col rischio, cioè più alto di quello degli altri Paesi europei. Questo ha fatto aumentare il peso degli interessi sul debito, prima calmierati dalla banca centrale, e di conseguenza il debito stesso.

Si è cercato di ridurre il peso del debito e la soluzione attuata è esattamente la stessa proposta dal duo del Corriere: privatizzare e inanellare avanzi primari. Peccato che siano vent’anni che privatizziamo per ridurre il debito e come ha efficacemente affermato il professor Giulio Sapelli, della Statale di Milano, “è come cercare di svuotare l’oceano con un ditale”. In più ti privi degli utili delle partecipate che fanno comodo sulla spesa corrente. Gli avanzi primari invece, nonostante l’immaginifica trovata di Alesina, futuro Nobel per la letteratura, dell’austerità espansiva, deprimono un’economia già depressa.

Intervento di Giulio Sapelli su neoliberismo e politiche europee.

A questo giro nel mirino di Alesina e Giavazzi entrano in particolare le partecipate degli enti pubblici locali, un coacervo di società in bilico tra mercato e tutela. Per il duo diabolico la chiave è liberalizzare gli appalti, finora scritti a loro vantaggio. Il risultato rischia di essere quello che abbiamo visto negli altri settori privatizzati, cioè l’ingresso di grande capitale straniero che si mangia i nostri pesci piccoli, fa profitti dove può farli, non si cura della qualità del servizio e dismette le altre attività. In un’ottica strategica una mossa geniale. Il secondo obiettivo pare essere la Cassa Depositi e Prestiti, ultimo baluardo della presenza pubblica in economia, qualcosa di simile, se vogliamo, ai fondi sovrani dei Paesi del golfo o alle medesime casse depositi di Francia e Germania. Un’arma strategica per mantenere un minimo di politica industriale. Alesina e Giavazzi sembrano infatti non capire due concetti abbastanza intuitivi: il primo è che i grandi flussi di capitali internazionali non hanno nessuna intenzione di passare per l’Italia; il secondo è che solo il drive politico consente lo sviluppo di un Paese nella nostra situazione. Di questo si potrebbe parlare a lungo, ma abbiamo già tentato di affrontare la questione altre volte.

Sull’ultimo punto proposto sul Corriere, beh… si offre da solo al pubblico ludibrio. Ci sono due cose ancora in Italia che fanno un minimo da collante sociale ad una popolazione di individui allo sbando: il sistema pensionistico comune e la sanità pubblica. Far pagare a chi può farlo servizi oggi gratuiti significa perdere l’ultimo briciolo di coesione sociale che ancora resiste. D’altronde Alesina è quello che, in merito all’austerità espansiva, ha scritto: “…una discesa dell’occupazione governativa riduce la probabilità di trovare un lavoro se non impiegato nel settore privato, e una discesa dei salari governativi diminuisce il reddito del lavoratore se impiegato nel settore pubblico. In entrambi i casi, l’utilità di riserva dei membri dei sindacati scende e il salario richiesto dal sindacato per il settore privato diminuisce, aumentando i profitti, gli investimenti e la competitività”. Insomma, tradotto in italiano corrente: competiamo con la Cina sui salari, esattamente come faremmo con le svalutazioni, con la differenza che le secondo sono più morbide”. Il fondo si chiude con un’ultima esortazione: “è questo che chiedono gli investitori”. Ecco, ormai si dovrebbe aver capito di chi facciano gli interessi il pensiero neoliberale e i suoi alfieri.