Milano, 1036. Capitanei e valvassori sono ai ferri corti, in gioco c’è l’ereditarietà dei feudi minori. Pensando di fare cosa gradita, l’imperatore Corrado II interviene in aiuto dei ceti medi, sperando di “decapitare” l’élite comunale e riaffermare la supremazia dell’Impero sulla città lombarda. I risultati saranno piuttosto deludenti: i milanesi, per nulla contenti dell’ingerenza di un potere che vedono come altro e non come arbitro, si coalizzano contro le truppe imperiali, e vincono. È il principio dell’età comunale, fenomeno peculiare della nostra penisola.

Si trattò della prima manifestazione, in Italia, di un centro ordinatore a vocazione locale dal dissolvimento dell’Impero Romano d’Occidente e dalla conseguente polverizzazione del potere. Fu un fenomeno molto complesso quello che portò alla ridefinizione del concetto stesso di potere, fosse solo per la competizione tra due universali complementari eppure opposti, Chiesa e Impero. L’evoluzione del papato, in quei secoli, è caratterizzata da una lenta ma progressiva centralizzazione amministrativa, alla quale si accompagnò una temporalizzazione “monca”. Se spiritualmente la Chiesa rappresentava l’universale, l’orizzonte culturale dell’Europa, e di fatto venne a coincidere con l’identità europea, delineando lo “spazio cristiano”, il suo alter ego politico fu sempre l’Impero, non il papato temporale. Questa dicotomia tra religione e politica, tra bellatores ed oratores, fu gravida di conseguenze soprattutto in Italia. Qui, il tentativo temporale dei papi si materializzò nella graduale creazione dello Stato Pontificio e nella continua bagarre tra i due universalismi, che di fatto continuavano ad immischiarsi ognuno nella sfera d’azione dell’altro.

In questo vuoto di potere, all’ombra di un papato incapace di farsi impero e di un Impero incapace di farsi egemone, nacquero i comuni. I cofattori furono virtualmente infiniti. Pesò sicuramente la “memoria” romana, la rete cittadina, che per quanto indebolita e ridotta sopravvisse a Goti e Longobardi, e uno storico marxista non farebbe peccato nell’evidenziare l’importanza della ripresa dei grandi commerci, che consentirono l’affermazione di un ceto mercantile ricco e potente. In ogni caso, le città dell’Italia centro-settentrionale, strette nella debole morsa di papi e imperatori, decisero di fare da sé.

Il caso di Milano è esemplificativo dell’esistenza di un’identità, di un sentire comune, di un’appartenenza politica. I conflitti interni saranno una costante della vita politica dei comuni repubblicani, continueranno in età podestarile e troveranno finalmente una risoluzione con l’affermazione delle signorie. Eppure, da quel momento, il ricorso all’aiuto del papa o dell’imperatore sarà sempre funzionale alla lotta contro i tentativi egemonici dell’altro. Ogni qual volta uno dei due tenterà di riaffermare la propria supremazia sulle autorità comunali, oltre un’aleatoria formalità, scatenerà inevitabilmente una violenta reazione localista.

Sarà solo nel Duecento, con la radicalizzazione dell’opposizione guelfo-ghibellina, che i Comuni si reinserirono nel contesto universale. Più per questioni d’interesse economico e locale che per l’adesione all’una o all’altra ideologia, praticamente tutti i poteri locali italiani si inquadrarono in uno dei due grandi schieramenti, e così la storia d’Europa rientrò nei comuni. Un capovolgimento di fronte, un rovescio, un conflitto internazionale ricominciarono ad avere una ripercussione diretta a livello locale.

Ecco, in buona parte, in relazione al potere e all’identità di riferimento che lo legittima, l’Italia è rimasta ferma a questo punto, o perlomeno in questa medesima condizione si ritrova oggi: sospesa tra il campanilismo di chi si riconosce nella piccola patria e l’universalismo di chi come patria ha il mondo, diretto discendente di quell’universalismo imperiale/papale che oggi assume significati e forme differenti ma continua a postulare il cosmopolitismo come condizione d’esistenza. A questa prima peculiarità che distingue la storia d’Italia dalla storia del resto d’Europa se ne aggiunge un’altra: l’Italia non ha mai avuto Vestfalia. Mentre le monarchie transalpine andavano costruendo un potere fortemente centralizzato all’interno di una cornice nazionale, noi rimanemmo legati alla nostra visione regionale che, utilizzando impropriamente una definizione contemporanea, potremmo definire come glocale. Un sondaggio Demos di qualche anno fa, in cui si chiese agli Italiani a quale realtà si sentano emotivamente più legati, ovvero quale sia l’identità nella quale si riconoscono, circa la metà scelse una delle opzioni sub-nazionali, dividendosi più o meno equamente tra la propria città, la propria regione o la propria macro-regione, un quarto scelse il mondo e solo l’altro quarto l’Italia. Lo stesso sondaggio segnala quali siano i capisaldi dell’orgoglio italiano: la tradizione artistica e quella culinaria, entrambe caratteristiche sì comuni ma locali. All’ultimo posto figura la fiducia nelle istituzioni.

La grande causa della debolezza dell’identità nazionale italiana fu del progetto stesso di unificazione, soprattutto, del suo centralismo amministrativo. Proprio per trovare una soluzione alla questione della dialettica tra vocazione locale e vocazione cosmopolita, che in realtà si completano a vicenda, lo Stato liberale post-unitario puntò forte sulla soppressione delle autonomie. Il tentativo di reductio ad unum si è rivelato essere sostanzialmente fallimentare, se ad oltre un secolo di distanza ancora esistono numerosi movimenti indipendentisti e le istituzioni nazionali vengono percepite come così distanti ed inefficienti.

Questo fatto invita a riflettere sul processo di integrazione europea. Se l’Europa assumerà la forma blanda dell’Impero, garantendo sì la pace imperiale ma permettendo allo stesso tempo la diversità e l’autonomia delle realtà regionali, si troverà in accordo col sentire degli italiani (in questo sì veramente uguali, da nord a sud). Se, come pare, persevererà, nascondendosi dietro l’ambiguità del termine “federale”, nel tentativo di creare una grande super-nazione centralizzata e “armonizzata” a colpi di direttive, oltre che coi nazionalismi d’oltralpe dovrà scontrarsi inesorabilmente col glocalismo italico.