Sono passati 15 giorni dai tragici fatti di Parigi. L’Europa è ancora scossa dal terrore e dallo sgomento. Si inizia a riflettere sugli avvenimenti, a cercare di dare una spiegazione a tutto quello che è successo. Si inizia a riflettere su quel multiculturalismo del quale ci siamo nutriti per tanto tempo, e a metterlo in dubbio. Per anni l’Unione Europea, i politici degli Stati membri, una vasta fetta di intellettuali e di stampa hanno proposto questo modello di società come l’unico possibile nell’Europa del nuovo millennio, nell’Europa delle frontiere aperte a tutti. Tanti paesi, e, bisogna dirlo, primo tra tutti la Francia, si sono fregiati della composizione eterogenea delle loro società, proponendosi come alfieri e campioni dell’integrazione. E negli altri paesi, i paesi bigotti e razzisti come l’Italia, i soliti politicanti della sinistra ostriche e champagne non hanno fatto che citare gli esempi stranieri come dei virtuosi modelli da seguire: “Perché ce l’avete con gli zingari, guardate in Francia come è ben riuscita l’integrazione! Guardate il Regno Unito!”.

Guardiamo allora alla Francia. Gli attentatori di Parigi non erano siriani, non marocchini, non iracheni. Erano cittadini francesi, cittadini belgi. Perfettamente integrati e inseriti nell’Europa multiculturale del nuovo millennio. Tanto da farsi sedurre da idee estremiste e da farsi esplodere nel nome di un dio che certamente non vorrebbe questo. Se oggi immigrati di seconda o terza generazione, nati e vissuti accanto a noi, nelle nostre stesse città, decidono di imbracciare i fucili per l’Isis è chiaro che qualcosa non ha funzionato, e che tutto va rimesso in discussione. Il modello multiculturale ha pesantemente fallito.

Come si è arrivati a questo? Ripercorrendo le tappe della tanto decantata integrazione multiculturale, essa ha prodotto l’afflusso in Europa di masse di stranieri disperati, accolte cordialmente nella terra promessa per essere sfruttate a basso costo, impiegate nei lavori in cui l’Europa imborghesita non voleva più sporcarsi le mani. Disperati questi uomini e donne erano nella loro terra d’origine, disperati ai margini della società sono rimasti nell’Europa del Sogno. La comunanza di interessi che con la prossimità possono esser più facilmente soddisfatti ha poi portato nelle nostre città questi stranieri ad aggregarsi. Ma la conseguenza dell’aggregazione di molti componenti di etnie più o meno discriminate in una certa zona è il progressivo spostamento del resto della popolazione verso altri quartieri, il graduale deprezzamento degli immobili, e il lento degrado del tessuto urbano. Presto questi quartieri diventano gli unici in grado di ospitare quel tipo di popolazione povera e discriminata, che da uno stato di aggregazione spontanea viene a ritrovarsi in uno stato di segregazione ed emarginazione obbligata. L’apparente quartiere etnico e multiculturale diventa così ghetto.

Non è niente altro che quello che quello che è successo nelle banlieue parigine. Niente altro che quello che è successo anche da noi in Italia. Basti pensare al quartiere Esquilino di Roma, alle vie intorno alla stazione Termini, per chiunque oggi sinonimo di degrado, sporcizia e mancanza di sicurezza, un tempo zona di residenza della media borghesia romana. Oggi passeggiando tra la stazione e Santa Maria Maggiore si scopre un ghetto costituito da cinesi, indiani,  alcuni neri. Le strade degradate sono un susseguirsi di negozi di ciarpame cinese, di parrucchieri e lavanderie low cost, un suk di vucumprà abusivi. In giro è raro vedere un italiano. Stessa cosa se ci si sposta a piazza Vittorio, zona ormai completamente cinese. Se si va verso piazza Indipendenza invece, da via Gaeta fino a via XX Settembre è zona eritreo-etiope. Ottimi ristoranti etnici e uomini dal volto scuro e dalle alte fronti che passeggiano sui marciapiedi. Una serie di enclave chiuse in sé stesse, in cui l’osmosi con l’esterno è prossima allo zero.

 Le persone che popolano questi ghetti avranno forse anche dei passaporti francesi, italiani, britannici, ma possono definirsi davvero degli europei integrati? No. Vivono ai margini della società occidentale, quella società buonista che li accoglie col sorriso (e noi in Italia siamo campioni in questo),  ma poi non li vuole vedere e li ghettizza, spesso a pochi isolati da quartieri agiati e benestanti. È normale che in questi ambienti dal degrado e dall’emarginazione possano nascere rabbia e frustrazione, rabbia e frustrazione per essere venuti in Europa e non essere riusciti a integrarsi e a far parte di quella società, e fare la vita che tanto si sognava quando si è partiti. Ecco perché poi un bel giorno dei cittadini francesi e belgi decidono di fare una strage in una delle maggiori capitali europee, simbolo di quell’integrazione fallita, simbolo di tutte quelle promesse non mantenute. Ecco in parte anche spiegato il fenomeno dei foreign fighters.

Il modello multiculturale, appurato il suo totale sfacelo, deve essere necessariamente superato e la nostra società ripensata su basi diverse, più concrete e praticabili. Serve un modello societario pragmatico, che non si lasci commuovere dai buonismi. La debolezza dell’ideale multiculturale è stata infatti quella di essere esso basato su una bella utopia, come tutte le utopie poco reale. I suoi frutti fino a oggi purtroppo sono stati principalmente disagio sociale, segregazione e degrado, e non ultima la strage di due settimane fa. Con buona pace dell’integrazione e dei soloni della multiculturalità.