Mi spiace per il direttore Caputo, ma libertario non equivale a liberale, neppure se la parola dovesse riferirsi alla destra gay friendly dell’ultimo, pietoso Berlusconi. Non almeno se intesa in un’accezione purificata dalla scuola politica anglosassone e in particolare statunitense, che identifica nei libertarians la punta estrema del liberalismo sotto il profilo dei costumi e dell’iniziativa privata. Ché poi liberale, Berlusconi, non è stato mai. E’ stato semplicemente un ricco brianzolo che ha pensato esclusivamente agli affari suoi. Da filosofia politica dell’individuo libero (anche dal primato dell’economia), il liberalismo è diventato l’involucro legittimante, la cortina fumogena, l’ideologia mascherante del capitalismo totalitario. Libero, oggi, è solo chi ha un dato potere d’acquisto. Nemmeno più il ricco di una volta, col conto in banca pieno: adesso è ricco chi può muovere capitali non suoi. È l’economia finanziaria, fondata sulla liquidità evanescente. Cioè sul nulla.

Il maestro del pensiero unico di oggi non è né Mill, né Locke, e nemmeno Einaudi e tanto meno Croce. E’ il sopravvalutatissimo Karl Popper. Colui che si pretende il più liberale è invece il meno liberale di tutti, così come la sua “società aperta”, in realtà chiusissima: paurosa, paranoica, ossessiva. La libertà individuale è poter fare ciò che vuoi senza danneggiare un bene di tutti. Ma neppure l’autorità pubblica può immischiarsi in ciò che posso decidere io e soltanto io. È una sana non-interferenza. Prima dell’industrialismo e della sua smania borghese di regole, l’individuo subiva molte meno interferenze nella propria vita privata di quante ne subisce oggi. Il contadino pre-moderno poteva passarsela parecchio male per ragioni economiche, perché magari il raccolto dell’annata era andato male, ma anche quando era un servo della gleba i suoi obblighi si limitavano alle corvées e alla decima, per il resto viveva sul suo senza obblighi di sorta che non fosse il legame ereditario alla sua terra. Ma se voleva costruirsi con le sue mani un altro pezzo di casa poteva farlo tranquillamente, mentre noi oggi dobbiamo compilare una decina di moduli e chiedere il permesso a una mezza dozzina di uffici pubblici. Certo, allora non c’era l’urbanizzazione selvaggia, ma l’esempio vale per illuminare una differenza capitale: la libertà non va confusa con la possibilità astrattamente illimitata.

Una libertà è tale nel momento in cui, se voglio, posso goderne. Adesso, nella democrazia che si proclama liberale, sono libero ma solo all’interno di tante e tali regole che, di fatto, non sono più libero. Ci muoviamo ostacolati da un intrico di divieti, scritti e non scritti, che farebbero inorridire anche il più miserabile dei nostri antenati antichi o medievali. Possiamo circolare ma dall’ora x all’ora y, nel posto tale e non in un altro, stando attenti che non ci sia qualche cartello che vieti di mangiare, di bere o di cucinare in luogo aperto, se abbiamo 18 anni o se la nostra patente ne ha già compiuti cinque. Possiamo dire quello che vogliamo ma a patto di non offendere la sensibilità di ebrei, musulmani, gay, neri, cattolici, donne, animali, bambini, minoranze etniche e memorie sacre del passato (solo alcune, beninteso, quelle funzionali al potere). Possiamo manifestare su piazza, ma se il questore è d’accordo. Possiamo scrivere su un giornale, ma solo se è riconosciuto dall’Ordine e dal Tribunale (benedetta sia l’anarchia di Internet, finché dura). Possiamo aprire un’azienda, ma solo dopo aver fatto una trafila di permessi da far venire i capelli bianchi. Possiamo pisciare all’aperto? No, perché si configura come atto osceno in luogo pubblico. Non si può più nemmeno farsi una pisciata in santa pace.

“Ah, ma sei libero di criticare, c’è la libertà di pensiero” – ribatte la belante pecora liberale. Tanto per cominciare, se per caso non ti dichiari anche tu liberale e, sfrontato che non sei altro, osi pure criticare il sistema liberale in cui vivi, sei out, diventi un essere inferiore, rischi seriamente l’emarginazione sociale. Esprimere pubblicamente fedeltà al partito unico liberale equivale ad avere in tasca la tessera del Pnf sotto il fascismo. Ma poi, andiamola ad analizzare questa famosa libertà di critica. Se critichi gli Stati Uniti, ti vomitano addosso l’accusa di anti-americanismo e sei cacciato fuori dall’agorà delle opinioni politicamente corrette. Se critichi il Papa commetti reato di bestemmia e ti espellono nelle catacombe delle idee impronunciabili. Se critichi il dogma dello sviluppo economico, ti danno del retrogrado reazionario e anche qui il tuo destino è la clandestinità. Se critichi il modello di vita consumista, ti danno del sognatore visionario e se ti va bene ti dicono di sì come si dice sì ai matti. La democrazia liberale è il regime più liberticida che esista, perché ti concede una libertà teorica che poi svuota con una serie di limitazioni, tabù, muri e ganasce che alla fine, in mano, te ne resta una: comprare, fare shopping. Il fatto è che il consumo dipende dal reddito, cioè da quanti soldi uno possiede. E allora la libertà svanisce, è una bella parola vuota, una presa in giro. I poveri, certo, ci sono sempre stati. Ma almeno un tempo lo Stato se ne strafotteva delle loro abitudini private come di quelle di chiunque. Oggi invece se sei povero, e la soglia di povertà si sta espandendo a vista d’occhio, non puoi nemmeno più darlo a vedere, non puoi avere idee anti-sistema, se ti incazzi e scendi in strada a cantargliene quattro la tua protesta diventa automaticamente “violenta” e perciò non conta. Se ti imbestialisci contro contratti da fame e a scadenza ti dicono che non sei moderno, e se ti riduci a mendicare ti fanno pure la multa e ti spazzano più in là, perché sei brutto da vedere – uno scarafaggio kafkiano che può andare in malora. Altro che il paradiso terrestre dei liberali. I maledetti liberali. Contro di loro, i libertari sono, molto terra terra, coloro che amano la libertà reale. Non le prese per il culo ideologicamente corrette.