Il concetto di libertà ha animato l’evoluzione delle società occidentali e la rappresentazione retrovisiva di esse, ma ha subìto un processo di profondo mutamento che ne ha ribaltato il senso. La libertà può rappresentare il vessillo di concezioni politiche e sociali diametralmente opposte. Ognuna di queste concezioni può, persino con qualche fondamento storico e filosofico, reclamare i propri “diritti” nei confronti di questo ideale.

Già nel 1819 Benjamin Constant distingueva la “libertà degli Antichi” dalla “libertà dei Moderni”. La prima era quella propria della Grecia e della Roma antiche, cioè la partecipazione del popolo alla vita pubblica e il diritto di determinare o influenzare le decisioni politiche. La seconda era propria della società anglo-sassone e consiste nel diritto dei privati di emanciparsi dalle leggi e dallo Stato. Secondo Constant la libertà degli Antichi si sarebbe incarnata nella Rivoluzione Francese e avrebbe condotto alla tirannia napoleonica. Essa richiede la partecipazione diretta dei cittadini e quindi conduce al dominio dello Stato sugli individui. La libertà dei moderni, invece, si fonda sul commercio e limita i poteri pubblici, sciogliendo i privati dai vincoli che li legano all’autorità pubblica e al diritto di partecipazione.

Il vero soggetto presupposto da questo tipo di libertà non è quindi l’individuo, ma il mercato. Esso si rappresenta come libertà del cittadino e dell’individuo astratto, ma in realtà è la libertà del capitalista di provvedere ai propri affari e ai propri commerci senza essere intralciato dallo Stato. La visione liberale postula un insieme di individui astrattamente eguali e liberi di contrattare il prezzo delle merci. L’unico ostacolo che si interpone tra l’individuo così inteso e la libertà di scambio illimitata è la società organizzata, ovvero lo Stato. La libertà liberale nasce in contrapposizione allo Stato feudale, che tutelava il potere e la rendita dell’aristocrazia sulle proprie terre, limitando il diritto di commercio della ricca borghesia. Tuttavia essa si contrapporrà anche allo Stato rivoluzionario, giacobino prima e socialista poi, il cui scopo è quello di tutelare le fasce deboli della società dal mercato.

La libertà liberale è una libertà dallo Stato, intendendo quest’ultimo non soltanto come mero apparato burocratico, ma come organizzazione politica della società. Verrà successivamente estesa a tutti gli aspetti della vita sociale, non solo quelli propriamente politici, ma anche alla tradizione, alla cultura e al costume. Quest’ultimo aspetto si manifesterà soprattutto nella seconda metà del Novecento. Il liberalismo, nella sua forma più estrema, intende emancipare l’individuo dalla società, dissolvendo tutti i legami collettivi. È ben descritto dalla sentenza thatcheriana: “la società non esiste”. La compiutezza per il liberalismo sarà raggiunta solo laddove esso avrà distrutto la società, sostituendo ai vincoli comunitari e collettivistici di questa i rapporti economici del mercato. Il liberalismo ha accettato la limitazione di questo principio soltanto quando ha inteso contaminarsi con il socialismo.

Finché la libertà liberale si è opposta allo Stato feudale ha avuto un contenuto progressivo, permettendo il superamento di una forma arcaica di società. Ma essa ha finito per contrapporsi, poi, anche alla matrice giacobina, e successivamente socialista, perché in esse ha trovato un ostacolo all’espansione del commercio. Laddove il liberalismo tenta di sciogliere o quantomeno di allentare i vincoli comunitari, il socialismo tenta di rafforzarli e di renderli compatibili con una libertà materiale dell’uomo dalla miseria indotta dal libertà del mercato. Il liberalismo infatti è astorico, perché intende commercializzare tutti i rapporti umani, sostituire le relazioni comunitarie con quelle puramente economiche, come se queste fossero eterne e “naturali”. Il diritto di proprietà si sostituisce violentemente al diritto comunitario, costringendo i membri della società a modificare i loro rapporti e a rendere le proprie attività commerciabili. Questo fu mostrato egregiamente da Karl Polanyi, quando ha descritto la formazione delle encloscures, le recinzioni dei demani pubblici e l’esproprio di contadini e allevatori che prima ne godevano liberamente; la libertà liberale si contrappone alla libertà sociale o comunitaria: il liberalismo ha sempre visto quest’ultima come anticamera della tirannia e del dispotismo, a causa del controllo che comporta sui singoli. Ciò in quanto essa ipostatizza il mercato, lo concepisce non come un sistema di rapporti economici storicamente dato, ma come risultato della libera azione di agenti razionali privi di qualsiasi costrizione. Questa viene descritta come condizione naturale o ideale, che il diritto comunitario può solo ostacolare.

L’ottica liberale, dunque, smaterializza e destoricizza l’individuo, ricostruendolo come soggetto ideale. Così si preoccupa di garantire diritti puramente giuridici, concepibili solo in un contesto puramente giuridico, ovvero in un contesto irreale. Come ha ben spiegato Marx: “tanto i rapporti giuridici quanto le forme dello Stato non possono essere compresi né per sé stessi, né per la cosiddetta evoluzione generale dello spirito umano, ma hanno le loro radici, piuttosto, nei rapporti materiali dell’esistenza”. Escludere questi rapporti materiali significa escludere i rapporti economici concreti e la tirannia del mercato sull’individuo, un individuo che non è l’agente razionale astratto, ma il lavoratore sfruttato dal capitalista. Lo schiavo, non quello greco o romano, ma lo schiavo della “moderna” libertà.

L’estensione della libertà liberale ai costumi, e quindi la commercializzazione di tutti i rapporti dell’esistenza, ha distrutto gli ultimi retaggi della società contadina e artigiana, dove persistevano legami di tipo comunitario, in particolare in una società come quella italiana. La dislocazione di piccoli centri urbani e la grande presenza di masse rurali al sud, rendevano l’Italia un paese anomalo e per molti versi inidoneo alla supremazia del mercato sul diritto (informale) comunitario. Le mode e i costumi hanno dovuto “individualizzarsi” per diventare appetibili sul mercato. Questo processo è stato presentato dalla narrazione liberale come “svecchiamento” della società e ha sostituito pressoché integralmente i legami comunitari con rapporti economici di scambio. Un simile “progresso”, che si contrapponeva, in un certo senso, agli ultimi residui feudali, in realtà era opposto anche ad un altro: quello della libertà socialista, ovvero la liberazione dell’uomo dalle catene del “progresso” economico. Il socialismo intendeva, dopo averli distrutti, ricreare i legami comunitari a un livello superiore, “depurati”, per così dire, dalle loro matrici oppressive, rendendoli il suggello di una libertà materiale. Questa libertà materiale, per realizzarsi, deve essere imposta con la forza e con la “dittatura” (in senso marxiano) statuale. Tale è stato il senso della rivoluzione bolscevica, e tale è stato rappresentato in Italia nella sua versione gramsciana. Il liberalismo, che pur fondando la sua egemonia sul dominio materiale “smaterializza” ideologicamente le azioni umane, vede solo il mezzo, l’imposizione violenta attraverso lo Stato, perché più visibile sul piano giuridico e astratto, sovrastrutturale, ma non vede il fine, l’abolizione della violenza del capitalista e del rentier, che avviene sul piano della realtà materiale, concludendo così che si tratta di una tirannia nemica della libertà. E sicuramente lo è, ma di quella libertà che intendono i liberali, ovvero della libertà del capitalista di commerciare tutto, senza limiti, e di non essere sottoposto ad alcun controllo sociale, che ideologicamente si rappresenta come libertà individuale astratta del libero agente razionale.

La sconfitta del socialismo, tanto di quello “reale” quanto di quello “culturale”, ha aperto la strada all’affermazione indiscussa della libertà liberale. Essa è stata favorita anche dalla conversione dell’opposizione politica e sociale dal marxismo al nietzschianesimo “post-moderno” alla Foucault e alla Deleuze, e quindi dalla critica dell’economia alla decostruzione del potere, ovvero una versione estrema e anarcoide del liberalismo, che ricerca la libertà nella disintegrazione dell’organizzazione sociale e culturale, e non più nell’abolizione delle condizioni materiali dell’oppressione.