È ben noto a tutti purtroppo come l’Università italiana sia un mondo pesantemente afflitto e ingabbiato da un intrico di baronati, raccomandazioni, nepotismi, sprechi, favori personali. Chi lo sa meglio di un universitario. Cattedre improbabili e di dubbia utilità ritagliate su misura per soggetti ai quali per qualche motivo una cattedra non poteva esser negata, docenti perennemente irreperibili che delegano ogni attività ai loro assistenti sottopagati e si presentano solo il giorno dell’esame, attempati e canuti professori che vanno in pensione e l’anno successivo magicamente riprendono possesso della cattedra con contratti di collaborazione esterna; tutto questo è all’ordine del giorno in moltissime università italiane, per non dire in tutte.

Bene, il governo ha ora deciso di porre fine a questo disdicevole e anti-meritocratico sistema clientelare. Come? Ovviamente con un bel pacchetto di nomine governative di docenti universitari. La legge di stabilità per il 2017 contiene infatti una misura che prevede la creazione di 500 cattedre, che saranno assegnate da commissioni di nomina governativa. Il premier in persona infatti nominerà i 25 presidenti di commissione che procederanno materialmente alla messa in cattedra dei neoprofessori, i quali riceveranno uno stipendio maggiorato del 30% rispetto ai colleghi. A ogni presidente si affiancheranno soltanto altri due commissari, che verranno selezionati (presumibilmente dai presidenti stessi) da liste proposte dagli atenei. Il presidente di commissione si ritroverà così ad avere un ruolo fondamentale e, c’è da aspettarsi, determinante nella scelta dei singoli professori. Senza contare che inizialmente era stato previsto che anche gli altri due commissari fossero nominati da Palazzo Chigi. Francesca Puglisi, responsabile Scuola del PD e componente della segreteria del premier, ritiene in aggiunta che tale sistema di chiamata diretta

“Potrebbe rivelarsi un procedimento da estendere poi a tutti i docenti universitari”.

Dunque via gufi e parrucconi dalle università, e largo ai professori “Renzi approved”. La notizia ha ovviamente gettato in subbuglio la comunità accademica, con un proliferare di appelli al governo affinché modifichi le disposizioni che prevedono tale nuova procedura, appelli ovviamente rimasti inascoltati. C’è chi poi nel mondo accademico ha fatto giustamente notare come in passato le chiamate dirette abbiano aggravato i problemi che si proponevano di risolvere, ossia tutta quella rete di parentele e baronati che tanto limita l’Università italiana. Sempre che davvero sia questo il vero intento di queste nomine, perché messe così, considerate anche le dichiarazioni della Puglisi, sembrano più che altro un cavallo di Troia per entrare dentro le università italiane, cuore della formazione e della coscienza sociale e culturale del Paese, e prenderne pian piano possesso, occupando tutti i posti liberi con “marionette” che eseguano diligentemente le direttive del governo. Che bello sarebbe per l’ex sindaco di Firenze assegnare tutte le cattedre di diritto costituzionale del Paese a fantocci che si spendano in entusiastiche esegesi della Happy Costituzione secondo Matteo, e levare al contempo di torno tutti quei vecchi e barbosissimi Zagrebelsky.

Ma il nostro primo misistro non è il primo ad aver avuto una simile idea nel nostro Paese: prima di lui infatti anche Benito Mussolini fece qualcosa di molto simile. Nel 1935 firmò un regio decreto che conferiva al ministro dell’Istruzione il potere di nominare le commissioni che avrebbero selezionato i professori, con la facoltà tra l’altro di invalidare l’intero concorso qualora le nomine effettuate non fossero state di gradimento del governo. Con tutte le dovute differenze di contesti, persone ed epoche storiche, non è tuttavia possibile non notare un comune intento, sia oggi che 80 anni fa, di controllare e manovrare il cuore pulsante della coscienza scientifica e culturale del Paese, in modo da uniformare tutte le branche del sapere alla versione governativamente approvata. E se oggi l’unico modo per non vedere più i nostri atenei ridotti a pubblica mangiatoia, buffet non-stop a disposizione di raccomandati e incompetenti, deve essere quello di vedere un’Università con le ali tarpate che recita la lezione del giorno appena giunta via fax da Palazzo Chigi, beh allora preferiamo tenerci i nostri professori.