L’Expo è la metafora della condizione umana post-moderna. Tutto è es-posto, cioè posto fuori di sé. Le cose, ma anche le persone, vengono spinte a diventare merci, a mettere tra parentesi la loro natura di cose e di persone per offrirsi in mostra come oggetti di mercato. Devono rinunciare alla loro realtà, al loro essere nel mondo, per farsi immagini di sé stessi.

La giustificazione funzionale di questa manifestazione elude il punto fondamentale. Essa viene presentata come un’occasione di promozione e di incentivo per la produzione nazionale. Ma nell’era di internet nessuna impresa ha ormai realmente bisogno di un luogo di incontro fisico attraverso cui pubblicizzare i propri prodotti. La dicitura di “vetrina internazionale” tradisce quella che è la vera natura della manifestazione. La merce deve essere mostrata per essere venduta. Spesso mostrata prima ancora che sia possibile l’acquisto effettivo, come avviene con il lancio pubblicitario dei prodotti in anticipo sulla distribuzione. Ormai la vetrina è virtuale, l’esposizione della merce è un processo dematerializzato, nella pubblicità o nei negozi telematici della rete, dove l’oggetto diventa il suo simulacro. Anche le persone devono es-porsi, sopprimere o adattare la loro identità di persone per rendersi merci. E come tutte le merci devono essere vendute e devono perciò trovare occasione per promuoversi. Esse devono poter essere classificabili in base a una lista di caratteristiche che le identifichino agli occhi degli acquirenti. Devono dimostrare di essere flessibili e di adattarsi alle più disparate richieste del mercato. Ma ancor più devono esporsi il più possibile e ovunque, perché siano facilmente reperibili e confrontabili. Se necessario devono anche modificare il proprio corpo, per farne un oggetto promozionale, giocare in modo allusivo con la propria sessualità come la pubblicità ha insegnato a fare. L’Expo non è tanto la promozione della merce in sé, che avviene in altre sedi, tanto meno del prodotto nazionale o dell’etica economica (ecologia, buona alimentazione, ecc.) quanto autocelebrazione della “società dei consumatori”, proclamazione della mercificazione universale e della sua esposizione, oltre ogni confine e ogni barriera. Il ricorso a certe giustificazioni moraleggianti è soltanto retorica politica di contorno. Si immagini quale posto può avere in tutto questo il “made in Italy” nelle baccanali del mercato globale e delle multinazionali o la corretta alimentazione con la McDonald’s a fare da sponsor. Semmai tutto questo pedagogismo ha un vago sapore orwelliano, dove la guerra è pace, l’ignoranza è forza e la libertà è schiavitù.

Come le cose e gli individui, anche l’organizzazione della società, ovvero la politica assume la forma merce e ama presentarsi come un mercato dei consensi. Ogni partito deve saper creare il proprio brand politico, deve saper provocare e sedurre il cittadino-consumatore. Tutto quanto deve essere perciò mostrato nella vetrina politica senza reticenze: i congressi e la militanza sono arnesi superati. Il politico deve farsi pubblicità attraverso i media, farsi riconoscere come oggetto appetibile ed irripetibile, occasione speciale che l’elettore non può lasciarsi sfuggire.

La società contemporanea si rappresenta come “libera” richiedendo al singolo una continua esposizione. Essa serve a permettere la fruibilità universale delle merce e l’ubiquità del mercato. Tanto più la merce è potenzialmente accessibile ovunque, e quindi esposta, tanto più la società fa coincidere questa esposizione con la realizzazione della libertà individuale. La libertà è quella del consumatore nello scegliere le merci del negozio virtuale, che lo raggiungono senza che sia lui a dover raggiungere. Ma l’individuo non può sottrarsi al “libero consumo”. Egli, credendosi libero artefice dei propri acquisti, è già stato opportunamente selezionato e reso e incapace di sottrarsi al desiderio indotto della merce. L’oggetto reperito con l’acquisto non lo soddisferà mai fino in fondo. Esso non corrisponde al simulacro pubblicizzato. Ha il torto di essere reale. Per questo sarà tentato di rivolgersi nuovamente al mercato, in un sistema circolare potenzialmente infinito.